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Iniziare o stabilire la musica

GUERRIERI

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L'armatura dei Celti è proporzionata alla grandezza dei loro corpi: consiste in una lunga spada che sospendono al fianco destro, poi un lungo scudo, delle lance e una specie di giavellotti; si servono anche di archi e di fionde.

GUERRIERI ED ARMAMENTO

La figura del guerriero è tra le più importanti nella struttura sociale celtica, ed è proprio quello del guerriero il "profilo storico" che più rappresentiamo, basandoci sulle fonti classiche, le rappresentazioni iconografiche e i numerosi ritrovamenti archeologici, che sempre sono alla base delle nostre attività di rievocazione storica.

I GUERRIERI E L'ESERCITO

L'armatura dei Celti comprendeva scudi in legno con rifiniture in bronzo e ferro decorati in vario modo[39]. Su alcuni di questi si trovavano animali in bronzo scolpiti, con funzioni sia decorative sia di difesa. Sulla testa portavano elmi di bronzo con grandi figure sporgenti come corna, parti anteriori di uccelli o quadrupedi, che facevano apparire giganteschi coloro che li indossavano. Le loro trombe di guerra producevano un suono assordante e terrificante per il nemico. Alcuni indossavano sul petto piastre di ferro, mentre altri combattevano nudi. Non utilizzavano soltanto spade corte simili ai gladi romani, ma anche lunghe, ancorate a catene di ferro o bronzo, che pendevano lungo il loro fianco destro, oltre a lance dalle punte di ferro della lunghezza di un cubito e di poco meno di due palmi di larghezza, ed i loro dardi avevano punte più lunghe delle spade degli altri popoli[40].
Daghe celtiche

Di loro si racconta, inoltre, che preferivano risolvere le battaglie con duelli tra i capi o tra i più abili guerrieri di ognuno degli schieramenti opposti, piuttosto che scontrarsi in battaglia. Essi avevano anche l'abitudine di appendere le teste dei nemici uccisi al collo del proprio cavallo, e, in alcuni casi, di imbalsamarle, quando il vinto era un importante guerriero avversario; consideravano infatti la testa, e non il cuore, la sede dell'anima[41].

La vocazione guerriera di questo popolo, unitamente alla prospettiva di ottenere un soldo regolare o bottini occasionali, sfociò infine in un'attività praticata da molte sue tribù: diventare soldati mercenari. Il primo indizio di una simile scelta risale al 480 a.C., quando sembra che alcuni soldati celti abbiano partecipato, a fianco dei Cartaginesi, alla battaglia di Imera. Altre partecipazioni di mercenari celtici sono ricordate durante la spedizione siracusana in Grecia del 369-368 a.C.; nel 307 a.C., quando tremila armati galli si unirono ad Agatocle di Siracusa, insieme a Sanniti ed Etruschi, per condurre una campagna in Africa settentrionale; nelle lotte che seguirono tra gli eredi di Alessandro Magno (i Diadochi). Tale pratica generò non solo un mercato in espansione per parecchie decine di migliaia di militari coraggiosi, esperti e meno cari dei Greci, ma permise anche, al ritorno dei soldati da guerre combattute un po' ovunque nel bacino mediterraneo, di introdurre la monetazione all'interno delle comunità celtiche[
Il popolo celtico era formato da centinaia di tribù che si combattevano senza sosta e che consideravano l'onore come un tesoro inestimabile, da difendere a qualsiasi prezzo e la guerra come un piacevole passatempo volto a mantenere attivi i propri nobili e, nel contempo, a procurarsi ingenti ricchezze dagli sconfitti. Dall'epica mitologica celtica … tra la quale spicca per completezza e splendore quella irlandese … possiamo desumere un ritratto del guerriero non dissimile da quello tracciato, con timore e ammirazione, dagli scrittori latini. Un uomo possente, abile nel combattimento e amante delle feste, di cui la società riusciva ad incanalare l'ardore con un ferreo sistema di regole e codici di comportamento, e che, in battaglia, sfoderava tutto il furor che era costretto altrimenti a sedare, sgomentando i nemici che non conoscevano la sua razza con terrificanti ostentazioni di selvaggia potenza e incredibile orgoglio, giungendo a combattere, come accadeva presso i Galli continentali e, almeno agli inizi, anche nelle tribù britanniche e irlandesi, nudo, in segno di sprezzo del pericolo e di sfoggio della propria forza e virilità, e tracciando sul proprio corpo con il guado simboli e spirali che spaventavano chiunque lo vedesse.
Spesso il guerriero usava appendere per i capelli al proprio carro da guerra le teste dei nemici uccisi, mozzate, per esibirle quale trofeo. Un costume abbastanza sinistro, che non mancò di impressionare debitamente Greci e Latini: questi trofei venivano inchiodati anche, di solito, alle architravi delle porte, e più tardi anche quando questo uso scomparve, rimase quello di far scolpire sulle architravi e sui capitelli, simboliche teste recise. Si conoscono peraltro simili lavori scultorei anche per periodi in cui la pratica della decapitazione era ancora attiva: non dimentichiamo che essa scomparve in Gallia ed in Britannia solo con la romanizzazione ed in Scozia e Irlanda con la conversione al cristianesimo; sono presenti teste scolpite anche risalenti a epoche precedenti.
I guerrieri celti indossavano spesso manti di tartan, la cui tintura avevano appreso dagli Sciiti, e si lasciavano crescere i baffi, impomatati abbastanza da poterli usare come filtro per le bevande. Erano uomini imponenti, alti e forti, e le loro lunghe capigliature, unitamente alle spade in ferro ed agli alti scudi, impressionarono notevolmente i loro contemporanei classici, piccoli di statura e scuri di pelle. Oltre alla pesante spada a doppio taglio, un guerriero era in genere armato con diverse daghe portate alla cintura, uno o più giavellotti non più lunghi di un metro e una grande lancia dalla punta di ferro. I guerrieri celtici di rango più alto andavano a combattere su un rapido carro da guerra, simbolo del loro potere, che aveva una notevole forza di penetrazione quando, a grande velocità, si scontrava con la prima linea dell'esercito nemico, creando scompiglio e falciando decine di uomini con le ruote falcate e con le armi del guerriero, che poteva guidare da sé il veicolo o lasciare il compito ad un auriga, rimanendo di fianco a lui.
Per un guerriero, come nella migliore tradizione, l'onore rappresentava tutto; un uomo si valutava in base ad esso e, difatti, uno degli strumenti più pericolosi nella società celtica era la satira, un particolare canto dei poeti che, deridendo un uomo, ne causava l'allontanamento dalla società e, spesso, perfino la morte, autoinflitta più o meno consciamente. Ogni guerriero era tenuto a difendere, a prezzo della vita, il suo onore, insieme a quello del suo clan e del proprio popolo.

 

INDOLE E ASPETTO FISICO

Dai loro contemporanei Greci e Romani i Celti erano descritti alti, muscolosi e robusti; gli occhi erano generalmente chiari, la pelle chiara, i capelli erano di frequente biondi anche per via dell'usanza descritta da Diodoro Siculo di schiarirsi i capelli con acqua di gesso. L'altezza media fra gli uomini si aggirava sul metro e settanta. Dal punto di vista caratteriale, le stesse fonti descrivono i Celti come irascibili, litigiosi, valorosi, leali, grandi bevitori e amanti della musica.

RELIGIONE

La principale testimonianza sulle credenze e sugli usi religiosi dei Celti è ancora una volta quella fornita da Cesare nel De bello Gallico, la quale, pur essendo riferita specificamente ai Galli, attesta verosimilmente una situazione in larga parte comune all'intero gruppo celtico all'epoca dei fatti narrati (I secolo a.C.).

I Celti, probabilmente, condividevano una medesima visione religiosa politeista e adoravano divinità legate alla natura, con una peculiare valenza religiosa attribuita alla quercia, e alle virtù guerriere. Cesare riferisce anche della credenza nella trasmigrazione delle anime, che si traduceva in un'attenuazione della paura della morte tale da rafforzare il valore militare gallico È nota anche l'esistenza, sempre presso i Galli, di sacrifici umani, ai quali accadeva anche che le vittime si offrissero volontariamente; in alternativa si faceva ricorso a criminali, ma in caso di necessità si immolavano anche innocenti.

Nel pantheon gallico, Cesare testimonia il particolare culto attribuito a un dio che egli assimila al romano Mercurio, forse il dio celtico Lúg[48]. Era l'inventore delle arti, la guida nei viaggi e la divinità dei commerci. Altre figure di rilievo tra gli dei gallici erano "Apollo" (Belanu, il guaritore), "Marte" (Toutatis, il signore della guerra), "Giove" (Taranis, il signore del tuono) e "Minerva" (Belisama, l'iniziatrice delle arti)

La religione gallica fu oggetto di dura repressione ai tempi della dominazione romana; Augusto proibì i culti druidici ai cittadini romani delle Gallie e in seguito Claudio estese il divieto all'intera popolazione

ARTIGIANATO E METALLURGICA

Già a partire dall'VIII secolo a.C., la capacità di lavorare il ferro permise ai Celti di fabbricare asce, falci e altri attrezzi al fine di effettuare sgombri di territori su vasta scala, prima occupati da foreste impenetrabili, e di lavorare la terra con facilità. La crescente abilità nella lavorazione dei metalli permise inoltre la costruzione di nuovi equipaggiamenti, come spade e lance, che li resero militarmente superiori rispetto alle popolazioni loro vicine e li misero in grado di potersi spostare con relativa facilità, giacché poco temevano gli altri popoli. Estratto sotto forma spugnosa, il ferro era sottoposto ad una prima lavorazione di fucina e distribuito in lingotti, pesanti cinque-sei chilogrammi e a forma bipiramidale. In un periodo successivo, i lingotti furono sostituiti da lunghe barre piatte, già pronte per essere lavorate in lunghe spade; tali barre erano tanto apprezzate da essere utilizzate perfino come moneta, insieme al rame e alle monete d'oro.


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