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CITAZIONI

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Lingoni Cisalpini

Lingoni Transalpini

Alimentazione

Descrizioi fisiche e Abbigliamento

Usanze - Artigianato

Organizzazione sociale

Combattimenti

Religione - Druidi - Bardi
piccola raccolta di citazioni e fonti storiche, divise per categorie, su cui basiamo le nostre attività di rievocazione
Lingoni: popolo della Gallia Belgica, stanziato sull'alto corso della Mosa, della Marna, della Senna e della Saona. Una loro colonia si stanziò poi nel IV secolo a.C. a sud delle foci del Po, in Italia.[Strabone , Le Gallie, costumi e stanziamenti dei Celti, dal “De Geografia Vol. IV” pag.120, a cura di A. Careggio, Le antiche Querce - collana di storia antica - 1999 - Keltia Editrice]

…(le terre) che sono situate nei dintorni delle foci del Po furono abitate da i Laevi e dai Lebeci, e dopo di loro dagli Insubri, il più grande di questi popoli; e a valle lungo il fiume, vivevano i Cenomani. Le contrade prossime ad Adria erano occupate da un'altra popolazione antichissima, i Veneti… che poco differiscono dai Celti per gli usi e i costumi ma parlano un'altra lingua… Al di là del Po si sono fissati per primi gli Anari, poi i Boi, in direzione dell'Adriatico i Lingoni, infine, vicino al mare, i Senoni.Polibio , Storie, II,17

Poi ancora, i Boi e i Lingoni, passando attraverso le Alpi Pennine, quando già il territorio fra il Po e le Alpi era tutto occupato, varcano il Po con zattere e cacciano via dalla regione non solo gli Etruschi ma anche gli Umbri, rimanendo tuttavia al di là degli Appennini. E finalmente i Senoni, ultimi immigrati, occupano il territorio dal fiume Utente fino all'Esino.Tito Livio , Ab Urbe condita, V, 35

Dopo gli Etruschi [di Spina] vi sono i Celti [i Lingoni????], in un ristretto territorio fino alla costa adriatica... dopo i Celti vi sono i Veneti, nel cui territorio scorre un ramo del Po chiamato Eridano...                                                                                                                          Scilace , Periplo 18,19

LINGONI TRANSALPINI

Presso i Sequani si eleva il Monte Giura, che costituisce la frontiera tra loro gli Elvezi. Dopo gli Elvezi e i Sequani vengono ad ovest gli Edui e i Lingoni, poi i Mediomatrici , i Leuci e un cantone dei Lingoni.Strabone , Le Gallie, Vol. IV del De Geografia

"Sopravvissero allo scontro centotrentamila Elvezi e per tutta la notte marciarono ininterrottamente. Senza fermarsi mai neppure nelle notti seguenti, dopo tre giorni giunsero nei territori dei Lingoni. I nostri, invece, sia per curare le ferite riportate dai soldati, sia per dare sepoltura ai morti, si attardarono per tre giorni e non poterono incalzarli. Cesare inviò ai Lingoni una lettera e dei messaggeri per proibir loro di fornire grano o altro agli Elvezi: in caso contrario, li avrebbe trattati alla stessa stregua. Al quarto giorno riprese a inseguire gli Elvezi con tutte le truppe. "Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , I, 26

Queste cose rientravano fra i sui compiti: i Sèquani, i Leuci, i Lingoni avrebbero fornito il grano e le messi erano già mature nei campi..."Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , I, 40

La Mosa nasce da quella parte dei monti Vosgi che si trova nel territorio dei Lingoni e dopo aver ricevuto un ramo del Reno, chiamato Vacalo, forma l'isola dei Batavi e si versa nel Reno a non più do ottanta miglia dall'Oceano..."

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , IV, 10
Sfrutta la cavalleria fresca lì inviata molti giorni prima e, senza mai interrompere la marcia né di giorno, né di notte, attraversa il territorio degli Edui verso i Lingoni, dove svernavano due legioni: così, se gli Edui gli avessero teso qualche insidia, li avrebbe prevenuti con la rapidità del suo passaggio"

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII, 9
Al concilio non parteciparono i Remi, i Lingoni, i Treveri: i primi due perché rimanevano fedeli all'alleanza con Roma; i Treveri perché erano troppo distanti e pressati dai Germani, motivo per cui non parteciparono mai alle operazioni di questa guerra e non inviarono aiuti a nessuno dei due contendenti."

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII, 63
Mentre raccoglievano, così, ingenti truppe, Cesare attraversa i più lontani territori dei Lingoni alla volta dei Sequani, allo scopo di portare aiuto con maggior facilità alla provincia."

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII, 66

ALIMENTAZIONE

Celti talvolta organizzano durante i loro banchetti dei veri duelli. Sempre armati nelle loro riunioni, si dedicano a dei simulacri di combattimento e lottano tra di loro a mani nude; arrivano tuttavia talvolta fino alle ferite, si irritano allora e se qualcuno non li separa arrivano ad uccidersi. Nei tempi antichi quando era servito un cosciotto o un prosciutto, il più valoroso se ne attribuiva la parte superiore; se un altro desiderava prenderlo, avveniva tra i due contendenti un combattimento a morte... Quando i convitati sono numerosi si seggono in circolo mentre il posto nel mezzo è riservato al personaggio più importante... colui che si distingue tra tutti per la sua abilità in guerra, per la sua nascita o per le sue ricchezze. Presso di lui siede il suo ospite e, alternativamente sulle due ali, tutti gli altri secondo il loro rango. Dietro si tengono i valletti d'armi che portano lo scudo e di fronte i portatori di lance: seduti in cerchio come i loro padroni, fanno festa nello stesso tempo. I servi fanno circolare le bevande in vasi di terracotta o d'argento... i piatti su cui sono disposte le vettovaglie sono dello stesso genere, talvolta in bronzo, altre volte in legno e vimini intrecciato. La bevanda servita dai ricchi è il vino d'Italia o della regione massaliota: lo bevono puro o, più raramente, mescolato con un po' d'acqua; presso coloro che sono meno abbienti, si usa una bevanda fermentata a base di frumento e di miele; presso il popolo la birra che chiamano korma. Bevono dalla stessa coppa, a sorsi piccoli... ma frequenti."

Posidonio , Storie, XXII

Vuole la tradizione che questo popolo [i Galli], spinto dall'attrattiva delle messi e soprattutto del vino, abbia varcato le Alpi e si sia insediato in territori precedentemente coltivati dagli etruschi. Dice la leggenda che a portare il vino in Gallia onde attirarne gli abitanti sia stato un cittadino di Clusio [Chiusi], Arrunte, irato contro Lucumone che aveva sedotto sua moglie.

Tito Livio , Storia di Roma, V

Vuole la tradizione che questo popolo [i Galli], spinto dall'attrattiva delle messi e soprattutto del vino, abbia varcato le Alpi e si sia insediato in territori precedentemente coltivati dagli etruschi. Dice la leggenda che a portare il vino in Gallia onde attirarne gli abitanti sia stato un cittadino di Clusio [Chiusi], Arrunte, irato contro Lucumone che aveva sedotto sua moglie.

Tito Livio , Storia di Roma, V
Si narra che i Galli […] ebbero come primo motivo per riversarsi in Italia il fatto che l'elvetico Elicone […], aveva riportato con se fichi secchi, dell'uva e dei campioni di olio e di vino. Perciò i Galli sarebbero scusati per aver cercato di ottenere, perfino con la guerra, tali prodotti.

Plinio il Vecchio , Naturalis Historia , XII, II,5
non è facile illustrare la qualità (del terreno). C'è in quei luoghi una tale abbondanza di grano che ai nostri tempi spesso un medimno di frumento siciliano costa quattro oboli, uno di orzo due e un metrete di vino come una misura d'orzo.
Di miglio e di panico c'è da loro una produzione abbondantissima. La quantità di ghiande che proviene dalla distribuzione dei querceti nella pianura la si può dedurre in modo particolare da quanto segue: la quasi totalità della fornitura dei moltissimi capi di bestiame suino macellati in Italia per gli approvvigionamenti privati e degli eserciti viene dalle loro pianure."

Polibio 2, 15, 1-4

Descrizioni fisiche e Abbigliamento

I Galli sono di taglia grande, la loro carne è molle e bianca; i capelli sono biondi non solo di natura, ma si industriano ancora a schiarire la tonalità naturale di questo colore lavandoli continuamente all'acqua di calce. Li rialzano dalla fronte verso la sommità del capo e verso la nuca… con queste operazioni i loro capelli si ispessiscono al punto da somigliare a criniere di cavalli. Alcuni si radono la barba, altri la lasciano crescere con moderazione; i nobili conservano nude le guance ma portano dei baffi lunghi e pendenti al punto che coprono loro la bocca… Si vestono con abiti stravaganti, delle tuniche colorate dove si manifestano tutti i colori e dei pantaloni che chiamano braghe. Vi agganciano sopra dei sai rigati di stoffa, a pelo lungo di inverno, e lisci d'estate, a fitti quadrettino colorati di tutte le gradazioni.

Diodoro Siculo , Biblioteca Storica, V, 28-30

L'armatura dei Celti è proporzionata alla grandezza dei loro corpi: consiste in una lunga spada che sospendono al fianco destro, poi un lungo scudo, delle lance e una specie di giavellotti; si servono anche di archi e di fionde.

Strabone , Geografia, IV, 4, 3

Gli Insubri e i Boi andavano in battaglia vestiti di braghe e di comodi sai che arrotolavano; ma i Gesati, nella loro presunzione e sicurezza, se ne erano spogliati e si erano schierati in prima fila, nudi con le sole armi…

Polibio , Storie, II, 28, 7-8

Tutta la folla acclama all'unisono, e secondo il loro costume fanno strepito con le armi, una pratica usata quando si approva il discorso di qualcuno....

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII, 21

Ai nemici caduti, tagliano la testa che attaccano al collo dei loro cavalli; poi, rimettono ai loro servi le spoglie insanguinate, e portano questi trofei, lodando gli dei e cantando un inno di vittoria, poi inchiodano alle loro case queste primizie del bottino, come se avessero abbattuto degli animali feroci in qualche caccia. Quanto alle teste dei loro nemici più illustri, impregnate di olio di cedro, le conservano in un cofano e le mostrano agli stranieri, mentre ciascuno si glorifica per l'importante somma d'argento che, per tale o tal'altra testa, uno dei suoi avi, suo padre o lui stesso, non avevano voluto ricevere ricompensa. SI dice che qualcuno tra loro si vanti di non aver accettato per una di queste teste il suo peso in oro, mostrando così una grandezza d'animo ammirevole per dei barbari, poiché non è nobile vendere i trofei del valore…

Diodoro Siculo , Biblioteca, V, 29

L'argento manca completamente della Celtica, ma vi è molto oro: la natura lo fornisce agli abitanti del paese senza che debbano scavare con grande fatica delle miniere. I fiumi nel loro corso disegnano dei meandri e dei gomiti ; si urtano contro i contrafforti delle vicine montagne staccandone delle grandi masse e si riempiono di particelle d'oro. Coloro che si dedicano a questo lavoro raccolgono questi frammenti, frantumano o sbriciolano le motte che contengono i preziosi granelli, poi, mediante un sistema di lavaggio nelle acque, separano le parti terrose naturalmente aderenti e consegnano il residuo metallico al fornello del fonditore. Ammassano in questo modo delle grandi quantità d'oro che usano smodatamente per i loro ornamenti, non solo le donne, ma anche gli uomini che portano ai polsi e alle braccia dei cerchi d'oro, al dito degli anelli di prezzo.

Diodoro Siculo , Biblioteca, V, 27

Questi colori (bianco, giallo, nero e rosso) i barbari vicino all'oceano sanno versarli sul rame dove si fissano insieme, assumono la consistenza della pietra e conservano le figure che vi sono state disegnate.

FILOSTRATO DI LEMNO, Immagini, I, 28

Organizzazione sociale

I Celti abitavano in villaggi non fortificati, ed erano privi di ogni altra comodità. Dormivano su letti di fieno e di paglia, mangiavano solo carne e non esercitavano altro mestiere che la guerra o l'agricoltura, tutt' altra scienza, tutt' altra arte era loro sconosciuta. L'avere di ciascuno consisteva in bestiame e in oro poiché erano le sole cose che potevano, secondo le circostanze, portare con loro e spostare a loro grado. Portavano la più grande attenzione a formare delle associazioni (etaireìas) , poiché presso di essi il più temibile e potente è colui che mostra di avere il maggior numero possibile di uomini pronti a servirlo e a fargli da corteo.

Polibio , Storie, II,17

L'altra casta è quella dei cavalieri. Costoro, quando occorre e capita qualche guerra - il che prima dell'arrivo di Cesare accadeva abitualmente quasi ogni anno, sia che fossero loro ad attaccare oppure respingessero un attacco -, tutti vanno al fronte, e quanto più uno eccelle per nobiltà di stirpe o per risorse, tanti più soggetti e dipendenti tiene intorno a sé, unico prestigio e unica potenza che essi conoscano.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 15

I mariti, nel ricevere dalle mogli il patrimonio dotale, ne fanno la stima in denaro e quindi ne traggono altrettanto dal proprio patrimonio per metterlo in comune con la dote. L'intera somma viene amministrata congiuntamente e i redditi vengono conservati; il coniuge che sopravvive all'altro riceve la parte di entrambi con i redditi maturati in precedenza. I mariti hanno potere di vita e di morte sulle mogli come sui figli; quando un capofamiglia di nobile discendenza muore, i parenti accorrono e se nasce qualche sospetto indagano sulla sua morte procedendo all'interrogatorio delle mogli come se fossero schiave; e se il sospetto risulta fondato, le fanno morire nei tormenti del fuoco e di ogni altra possibile tortura. I funerali risultano in rapporto al grado di civiltà dei Galli, splendidi e doviziosi; tutti gli oggetti che sanno essere stati cari ai vivi, li gettano sul rogo, anche animali; e fino a poco tempo fa anche gli schiavi e i dipendenti da loro notoriamente prediletti venivano cremati insieme ai defunti dopo le esequie.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 19

In Gallia non esiste città, villaggio o gruppo sociale, anzi quasi nemmeno una casa privata senza fazioni politiche, capeggiate da personaggi da loro stimati particolarmente autorevoli, al cui giudizio e arbitrio sono rimessi tutti gli affari e le decisioni più importanti. Questa carica sembra sia stata istituita fin da tempi antichissimi affinché nessun plebeo mancasse di un appoggio contro chi è più potente di lui. Ognuno di quei capi infatti non permette che i suoi dipendenti vengano angariati o ingannati, altrimenti perde qualsiasi autorità nella sua cerchia. La stessa situazione si ripresenta nel complesso della Gallia, dove l'insieme delle nazioni risulta diviso in due partiti.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 11
sollevano le loro spade in alto e dopo le abbattono a modo dei cinghiali (selvaggiamente), gettando il peso intero dei loro corpi nel colpo come dei taglialegna o degli uomini che scavano con dei picconi e poi ancora portano dei colpi di traverso (sgualembri) non mirati, come se intendessero tagliare a pezzi gli interi corpi dei loro avversari con tutta l'armatura.

Dionigi d'Alicarnasso , Antichità di Roma

Combattimenti

L'armatura dei Celti è proporzionata alla grandezza dei loro corpi: consiste in una lunga spada che sospendono al fianco destro, poi un lungo scudo, delle lance e una specie di giavellotti; si servono anche di archi e di fionde.Strabone - Geografia, IV, 4, 3

Così, si combatté su due fronti a lungo e con accanimento. Alla fine, quando non poterono più sostenere l'attacco dei nostri, parte degli Elvezi, come aveva già fatto prima, si mise al sicuro sul monte, parte si ritirò là dove avevano ammassato i bagagli e i carri. A dire il vero, per tutto il tempo della battaglia, durata dall'una del pomeriggio fino al tramonto, nessuno poté vedere un solo nemico in fuga. Nei pressi delle salmerie si lottò addirittura fino a notte inoltrata, perché gli Elvezi avevano disposto i carri come una trincea e dall'alto scagliavano frecce sui nostri che attaccavano. Alcuni, appostati tra i carri e le ruote, lanciavano matare e tragule, colpendo i nostri.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , .... - 26

I Galli attaccavano lanciando dardi, avvicinandosi in formazioni coperte dagli scudi; continuamente forze fresche sostituivano quelle stanche

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII, 85

I nemici - illustrano - l'avevano attaccato in forze: truppe fresche davano continuamente il cambio a chi era stanco, i nostri erano spossati dalla fatica che non conosceva pause, perché le dimensioni dell'accampamento li costringevano a rimanere sempre sul vallo. Molti erano stati colpiti dai nugoli di frecce e proiettili d'ogni tipo scagliati dai nemici.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII - XLI

I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale approntarono una gran quantità di fascine, scale, ramponi. A mezzanotte, in silenzio, escono dall'accampamento e si avvicinano alle nostre fortificazioni di pianura. All'improvviso lanciano alte grida: era il segnale convenuto per avvisare del loro arrivo chi era in città. Si apprestano a gettare fascine, a disturbare i nostri sul vallo con fionde, frecce e pietre, ad azionare ogni macchina che serve in un assalto.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII - LXXXI

I nemici sul fronte interno, disperando di poter forzare le difese di pianura, salde com'erano, attaccano i dirupi, cercando di scalarli: sulla sommità ammassano tutte le armi approntate. Con nugoli di frecce scacciano i nostri difensori dalle torri, riempiono le fosse con terra e fascine, spezzano il vallo e il parapetto mediante falci.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VII - LXXXVI

I Bellovaci, vedendo i Romani pronti all'inseguimento e non potendo né pernottare, né rimanere più a lungo in quel luogo senza correre pericoli, decidono la ritirata con il seguente stratagemma: le fascine di paglia e frasche su cui sedevano e che abbondavano nel loro accampamento, se le passarono di mano in mano e le posero dinnanzi alla loro linea.
Quando il giorno volgeva al termine, contemporaneamente, a un segnale stabilito, le incendiano.
Così, un muro di fiamme, all'improvviso, coprì ai Romani la vista di tutte le truppe nemiche. E subito i barbari ripiegarono con grandissima rapidità.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VIII, 15

Religione - Druidi - Bardi

La nazione dei Galli è tutta molto religiosa, e perciò coloro che sono affetti da qualche grave malattia oppure si trovano in mezzo ai pericoli della guerra immolano come vittime delle persone o fanno voto d'immolare sé stessi, servendosi, per l'esecuzione di questi sacrifici, dei Druidi. Credono infatti che solo rendendo per la vita di un uomo la vita di un altro uomo si giunge a placare la potestà degli dei immortali; anche per la collettività sono previsti sacrifici dello stesso tipo. Alcuni popoli posseggono enormi pupazzi con le membra tessute di vimini, che riempiono di uomini vivi e a cui danno fuoco, e gli uomini muoiono avvolti dalle fiamme. Immolare qualcuno che fu arrestato nell'atto di compiere un furto o una rapina o qualche altro reato si considera più gradito agli dei immortali; ma quando non sono disponibili questi tali, ricorrono anche al sacrificio di innocenti.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 16

I Persiani credo che abbiamo uomini chiamati magi… gli Egiziani i loro sacerdoti… e gli Indiani hanno i loro Bramini. D'altro canto i Celti hanno uomini chiamati druidi, che si occupano di divinazione e di tutte le discipline relative alla saggezza. Senza i loro consigli i re non osavano fare nulla, né prendere decisioni, così che di fatto erano loro a regnare, mentre i re, seduti su troni d'oro in palazzi meravigliosi, erano divenuti semplici ministri del potere dei druidi.

DIODE CRISOSTOMO, Orationes XLIX

Dovunque in Gallia si trovano due caste di persone che godono di qualche considerazione ed onore, poiché la plebe è tenuta quasi in conto di schiavi e nulla osa compiere da sola, mai non viene consultata. I più dei plebei, oppressi o dai debiti o dal grave peso dei tributi o dalle angherie dei potenti, si riducono al servizio di qualcuno; i nobili hanno su di loro tutti i diritti dei padroni sugli schiavi. Invece delle due caste indicate sopra una è costituita dai druidi, l'altra dai cavalieri. I primi attendono alle funzioni religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano i comandamenti della religione. A loro ricorre un grande numero di giovani per essere istruito, e il rispetto di cui godono è grande; decidono infatti di quasi tutte le controversie sia pubbliche che private; se avviene un delitto, viene perpetrato un assassinio, si contende su un'eredità o su confini, sono loro a sentenziare, a fissare compensi e punizioni. Se un privato o una popolazione non si attiene a quanto da loro decretato, l'escludono dai sacrifici, massima punizione per loro. Coloro a cui viene comminato questo interdetto, vengono considerati alla stregua di empi e scellerati, tutti li evitano per strada e rifuggono dall'incontrarli e conversare con loro, per sottrarsi così ad un contatto pericoloso; se chiedono giustizia, non viene loro concessa, né hanno accesso ad alcuna carica. Alla testa di tutti i druidi se ne trova uno solo, il quale esercita la massima autorità fra di loro. Alla sua morte, se qualcuno fra i superstiti eccelle per dignità, gli succede o, in caso di parità fra molti, si procede a una votazione fra i druidi; qualche volta capita persino che si contendano il primato con le armi. In un determinato periodo dell'anno tengono un raduno in una località sacra del territorio dei Carnuti, territorio considerato al centro di tutta la Gallia. Là si danno convegno da ogni parte tutti coloro che hanno in corso qualche controversia, e si adeguano ai giudizi da loro pronunciati. La dottrina dei druidi si crede sia stata inventata in Britannia e di là trasferita in Gallia; adesso chi la vuole conoscere a fondo va a impararla perlopiù in questo paese.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 13

I druidi normalmente non partecipano alle guerre né pagano tributi alla stregua degli altri. Sono esentati dal servizio militare e godono dell'immunità in ogni campo. Incitati da tanti privilegi, molti accorrono spontaneamente a farsi istruire, altri sono mandati dai genitori o dai parenti. Lì si dice che imparino un grande numero di versi, e perciò c'è chi rimane alla scuola anche per vent'anni. Non è ritenuto lecito affidare alla scrittura questi versi, mentre per tutto il resto, sia materia pubblica o privata, usano di solito l'alfabeto greco. Questa regola mi sembra sia derivata da due motivi: dal desiderio di non divulgare i loro insegnamenti, e perché gli apprendisti non trascurino la memoria fidando sull'uso delle lettere, il che capita quasi sempre ai più: col sostegno della scrittura si allenta l'applicazione nello studio e nell'esercizio mnemonico. In primo luogo essi cercano di creare questa convinzione, che le anime non periscono ma dopo la morte passano dall'uno all'altro; secondo loro è questo un grandissimo incitamento al valore, poiché elimina la paura di morire. Molto, inoltre, discutono fra loro sugli astri e sui loro movimenti, sulla grandezza dell'universo e della terra, sulla natura delle cose, sulla forza e sulla potenza degli dei immortali, e trasmettono tutte queste nozioni alla gioventù.

Caio Giulio Cesare , De Bello Gallico , VI, 14

Alcuni pensano che lo studio della filosofia abbia una origine barbara. Tra i Persiani infatti vi furono i magi, tra i Babilonesi e gli Assiri i caldei, trta gli Indiani i gimnosofisti, mentre i Celti e i Galati avevano sacerdoti chiamati druidi o semnotheoi.

DIOGENE LAERZIO , Vite, Introduzione, 1

Quanti ritengono che la filosofia sia un'invenzione dei barbari, illustrano i sistemi di ogni singolo popolo; dicono che i gimnosofisti e i druidi fanno le loro affermazioni con frasi oscure ed enigmatiche, e insegnano che bisogna adorare gli dèi, astenersi dal male e tenere un comportamento virile.

DIOGENE LAERZIO , Vite, Introduzione,5

E ci sono tra i Galli poeti che essi chiamano bardi; e cantano su strumenti simili alla lira, inneggiando alcuni e vituperando altri. Hanno filosofi e teologi tenuti in grande considerazione, che vengono chiamati druidi. Hanno anche indovini molto importanti, che predicono il futuro osservando il volo degli uccelli e le interiora delle vittime e le cui parole ciascuno tiene in gran conto. Soprattutto quando devono vaticinare su problemi di particolare importanza, hanno un'usanza strana e incredibile. Infatti colpiscono un uomo con un pugnale nella regione sottostante il diaframma e, dopo la sua caduta, predicono il suo futuro osservando le convulsioni del suo corpo e il modo in cui scorre il sangue; è questo un modo di divinare a loro particolarmente famigliare, poiché è molto antico. E' costume presso i Galli che nessun sacrificio venga compiuto senza l'ausilio di un filosofo, perché si crede che le offerte agli dèi dovrebbero essere fatte soltanto con la mediazione di queste figure, che conoscono la natura divina e hanno con essa familiarità; e che soltanto attraverso di loro si possono rivolgere suppliche agli dèi in modo appropriato. Questi veggenti hanno autorità non soltanto in tempo di pace, ma anche in guerra, mentre gli incantamenti dei bradi operano su amici e nemici. Spesso quando i combattenti si affrontano uno di fronte all'altro, le spade sguainate e le aste incrociate, questi uomini si pongono nel mezzo e fermano la battaglia, proprio come talvolta vengono incantate le bestie feroci. Così, anche fra i barbari più selvaggi, l'ira si piega alla salvezza. Mentre arretra di fronte alle Muse.

Diodoro Siculo , Historiae V, 31, 2-5

Tra le genti galliche, ci sono tre categorie di persone che vengono onorate in modo particolare: i bardi, i vati e i druidi. I bardi sono cantori e poeti; i vati sono divinatori e filosofi della natura; mentre i druidi studiano contemporaneamente la filosofia della natura e quella morale. I druidi sono considerati i più giusti fra gli uomini e per questa ragione si ricorre a loro sia per dispute private, sia per problemi della comunità. Anticamente, arbitravano persino i casi di guerra, e facevano fermare i contendenti quando già stavano per ingaggiare battaglia. Si occupavano in particolar caso di omicidio, che venivano portati di fronte a loro per essere giudicati. Inoltre, quando vi è abbondanza di questi casi [di criminali da offrire in sacrificio] pensano vi sarà anche abbondanza della terra. Comunque non solo i druidi, ma anche altri, ritengono che le anime degli uomini, e l'universo, siano incorruttibili, sebbene il fuoco e l'acqua prevarranno prima o poi su di loro.

Strabone , Geographica IV, 4, 197,4

In questi luoghi iniziarono a diffondersi, fra genti che divenivano sempre più civilizzate, le arti raffinate promosse dai bardi, dagli euagi e dai druidi. E i bardi cantavano le imprese eroiche di uomini illustri, composte in versi solenni, con il dolce accompagnamento della lira, mentre gli euagi cercavano di dare una spiegazione ai profondi misteri della natura. I druidi, infine, uomini di maggior talento, si riunivano in sodalizi sotto il segno della dottrina pitagorica, eletti ad indagare le questioni occulte e profonde; sprezzanti verso le cose terrene, pensavano che le anime fossero immortali.

AMMIANO MARCELLINO Rerum Gestarum XV, 9, 8

Dobbiamo ricordare qui la devozione che i Galli offrivano a questa pianta. I druidi, così essi chiamano i loro maghi, non avevano nulla tanto sacro quanto il vischio, e la quercia su cui cresce. Soltanto in grazia dell'albero scelgono boschi di querce, e non eseguono nessun rito se non alla presenza di una sua fronda; sembra così probabile che i sacerdoti derivino il loro nome dalla parola greca che indica la quercia. Infatti pensano che qualsiasi cosa cresca sull'albero sia stata mandata dal cielo e sia una prova che il dio in persona ha scelto proprio quella quercia; il vischio tuttavia si trova di rado sulla quercia. Quando questo accade, gli si dedicano cerimonie apposite, in particolare il sesto giorno della luna, poiché in base al movimento di questo pianeta essi misurano i loro mesi e i loro anni, nonché le età, un periodo di trent'anni. I Celti scelgono questo giorno, perché la luna, benché non sia ancora a metà del suo corso, ha già un forte influsso. Chiamano il vischio con un nome che nella loro lingua significa “che tutto risana”. Apprestati sotto gli alberi il sacrificio e il banchetto secondo il rito, vengono condotti due tori candidi, ai quali vengono per la prima volta legate le corna. Il sacerdote, avvolto in una veste bianca, sale sull'albero e taglia con un falcetto d'oro il vischio, che viene raccolto dagli altri con un panno bianco. Poi vengono uccise le vittime ed essi pregano che il dio renda propizio l suo dono a coloro a cui l'ha offerto. Pensano infatti che il vischio, se ingerito in una bevanda, porti la fecondità agli animali sterili, e sia l'antidoto per tutti i veleni. Ecco quali forti sentimenti religiosi molti provano per cose di poco conto.

Plinio il Vecchio , Naturalis Historia XVI, 249-251

Citazioni più tarde



Per finire una citazione molto tarda rispetto al periodo d'insediamento dei Celti nel ferrarese,

ma che testimonia come le loro tracce siano rimaste a lungo nel tempo, infatti nel 1895

Giosuè Carducci ne "alla città di Ferrara

clicca per il link di approfondimento" descrive le terre degli estensi,

come paludose e un tempo popolate da coloni Lingoni dediti alla pesca.

                "Salve, Ferrara! Dove stan le belle
                torri d'Ateste e case d'Arïosti
                eran paludi, e i Língoni coloni
                davan le reti"

Giosuè Carducci, alla città di Ferrara clicca per il link di approfondimento, 77-80

FONTI STORICHE

POLIBIO

Polibio (Grecia), circa 206 a.C. – Grecia, 124 a.C.) fu lo storico greco antico del mondo mediterraneo. Studiò in modo particolare il sorgere della potenza della Repubblica Romana che attribuì all'onestà dei romani ed all'eccellenza delle loro istituzioni civiche e militari. Storie, la sua opera di ricerca storica è estremamente importante per il suo resoconto della Seconda guerra punica e della Terza guerra punica fra Roma e Cartagine.

POSIDONIO

Nato ad Apamea attorno al 135 a.C., probabilmente da una famiglia nobile, attorno al 117 a.C. si recò ad Atene, dove fu allievo della scuola stoica di Panezio, di cui fu allievo e diretto continuatore. Attorno al 95 a.C. si trasferì a Rodi, che all'epoca era un fiorente centro mercantile e culturale. Posidonio divenne cittadino di Rodi e ricoprì la carica di pritano (cioè uno dei membri del collegio che presiedeva la bulè). E sempre in questa città fondò la sua scuola, che fu frequentata anche da Cicerone e Pompeo Magno. Pochissimo si conosce sull'organizzazione di questa scuola.

CAIO GIULIO CESARE

Giulio Cesare nacque il 13 luglio del 101[1] o del 100 a.C.[2] a Roma da un'antica e nota famiglia patrizia, la gens Iulia, che annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano, Romolo, e discendeva da Iulo (o Ascanio), figlio del principe troiano Enea, secondo il mito figlio a sua volta della dea Venere.[8][9]

Il ramo della gens Iulia che portava il cognomen "Caesar" discendeva, secondo il racconto di Plinio il Vecchio, da un uomo venuto alla luce in seguito a un taglio cesareo (dal verbo latino 'tagliare', caedo, -e(re, caesus sum, IPA 'kae-do, 'kae-sus sum).[10] La Storia Augusta[11] suggerisce invece altre tre possibili spiegazioni sull'origine del nome: che il primo Cesare avesse ucciso un elefante (caesai in berbero) in battaglia durante la prima guerra punica,[12] che fosse nato con una folta capigliatura (dal latino caesaries), oppure con occhi di colore celeste particolarmente vivo (dal latino oculis caesiis).

TITO LIVIO

Tito Livio - il cui cognomen è sconosciuto - (Patavium, 59 a.C. – 17) è stato uno storico romano, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione (tradizionalmente datata 21 aprile 753 a.C.) fino al regno di Augusto.

DIONIGI D' ALICARNASSO

Dionigi d'Alicarnasso, o Dionisio (60 a.C. circa – 7 a.C.), è stato uno storico ed insegnante di retorica greco antico, vissuto durante il principato di Augusto. La sua opera principale è la Antichità romane.

DIODORO SICULO

Diodoro Siculo ( Diódo-ros; Agyrion, ca. 90 a.C. – ca. 27 a.C.) fu uno storico greco antico (siceliota), autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica.

STRABONE

Della sua vita sappiamo poco. La sua famiglia abitava ad Amasea, una città del Ponto Eusino (allora in Cappadocia, oggi in Turchia). Egli stesso dichiara di aver studiato con Aristodemo, precettore dei figli di Pompeo, a Nysa, in Caria. Si trasferì poi a Roma e studiò con Tirannione, grammatico peripatetico e geografo suo compatriota. Sembra che proprio quest'ultimo, esperto di geografia, lo abbia indirizzato all'approfondimento di questo tipo di studi. Sempre a Roma, egli prese parte alla scuola di un altro filosofo peripatetico, Senarco di Seleucia e - secondo una notizia peraltro di contestata autenticità - ebbe modo di conoscere e frequentare lo stoico Posidonio di Apamea.

DIOGENE LAERZIO

Non ci è pervenuta alcuna notizia sulla sua vita; il nome Laerzio potrebbe derivare dalla città di Laerte, in Cilicia, l'odierna Alanya in Turchia; altri, rifacendosi alla sua biografia di Timone di Fliunte, commentata da Apollonide di Nicea, nella quale Diogene chiama quest'ultimo ? ??? ????, "uno di noi", ne deducono che egli fosse originario di Nicea; altri ancora, infine, attraverso deduzioni di carattere culturale, pur non pronunciandosi sulla sua origine, ritengono almeno che egli sia prevalentemente vissuto ad Alessandria.

La collocazione della sua fioritura, normalmente posta tra la fine del II secolo e la prima metà del III, viene dedotta dalla sua conoscenza di Sesto Empirico, vissuto nella seconda metà del II secolo d.C., e la citazione del filosofo Potamone di Alessandria come vissuto, dice Diogene, ??? ??????, poco tempo fa, operante nei primi anni del III secolo.

Diogene non dichiara esplicitamente la sua appartenenza a una determinata scuola filosofica; tuttavia dai giudizi espressi in alcune biografie traspare un'ostilità verso forme di pensiero superstizioso, la sua simpatia nei confronti di Epicuro e la sua difesa della scuola cinica.

AMMIANO MARCELLINO

Ammiano Marcellino (in latino Ammianus Marcellinus; Antiochia, 330 circa – Roma, post 391) è stato uno storico romano di età tardo-imperiale. Sebbene nato in Siria nel seno di una famiglia ellenofona scrisse la sua opera interamente in latino. È il maggiore degli storici romani del IV secolo la cui opera sia stata preservata, seppure mutilata. La sua Res gestae libri XXXI, descrive gli anni 96 - 378, continuando l'opera del grande storico Cornelio Tacito.

PLINIO IL VECCHIO

Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, è stato uno scrittore romano.

Era proprio del suo stile descrivere le cose dal vivo, ed egli è per noi un vero cronista dell'epoca. Morì infatti tra le esalazioni sulfuree dell'eruzione vulcanica del Vesuvio che distrusse Ercolano e Pompei, mentre cercava di osservare il fenomeno vulcanico più da vicino. Per questo venne riconosciuto come primo vulcanologo della storia. In suo onore viene usato il termine di eruzione pliniana per definire una forte eruzione esplosiva, simile appunto a quella del Vesuvio in cui perse la vita.

Giosue Carducci

Citazioni ai lingoni:

Per finire una citazione molto tarda rispetto al periodo d'insediamento dei Celti nel ferrarese,

ma che testimonia come le loro tracce siano rimaste a lungo nel tempo, infatti nel 1895

Giosuè Carducci ne "alla città di Ferrara

descrive le terre degli estensi,

come paludose e un tempo popolate da coloni Lingoni dediti alla pesca.

                "Salve, Ferrara! Dove stan le belle
                torri d'Ateste e case d'Arïosti
                eran paludi, e i Língoni coloni
                davan le reti"




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