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Il nostro territorio

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IL GRANDE DELTA, LE NOSTRE TERRE E LE NOSTRE ACQUE

FERRARA TRA GALLI ROMANI E BIZZANTINI
Storia di Ferrara


Resti archeologici rinvenuti nella zona parlano di una frequentazione già dall'età del bronzo a Bondeno e del VI secolo a.C. a Spina, fiorente porto di attività commerciali con la Grecia. In seguito sono attestate frequentazioni galliche ed insediamenti di epoca romana. Poi, in epoca romana, si ebbe il Ducatus Ferrariae lungo il corso del Po, laddove si ripartiva il ramo del Primaro. Qui sorsero due nuclei distinti, non ben correlabili né topograficamente né cronologicamente. Il primo, proprio alla confluenza dei due fiumi, sorse - verso il 657 - attorno alla Cattedrale di S. Giorgio Vecchio, sede vescovile dopo la decadenza di quella di Voghenza; il secondo è il castrum bizantino, sull'opposta riva del fiume, verso nord, con un insediamento militare fortificato.
Nel VIII secolo, Ferrara faceva parte dell'esarcato di Ravenna e insieme a questo venne ceduto da Carlo Magno al papato nel 774. Passò quindi alla potente famiglia dei Canossa sul finire del sec. X e nel 1100 acquistò fisionomia urbana diventando comune libero, con consoli annualmente eletti dalla popolazione.
L'inevitabile sbocco signorile si realizzò nel 1267, quando Obizzo II si fece acclamare “signore perpetuo” di Ferrara. Il podestà di Ferrara e le altre magistrature comunali furono assoggettate al potere dispotico del signore estense. Gli Estensi diedero ai propri domini una spiccata impronta feudale, sviluppando piuttosto la produzione agricola, con grandi opere di bonifica, che non le infrastrutture e i traffici. L'attività bancaria e creditizia fu esercitata in prevalenza dalla colonia ebraica che a Ferrara trovò condizioni particolarmente favorevoli.
Fu grazie alla corte estense che Ferrara divenne, nel Quattrocento e nel Cinquecento, uno dei centri principali della civiltà umanistica e rinascimentale. La grande stagione culturale iniziò con la fondazione, nel 1391, dell'Università. Poi fu un continuo crescendo di cultura e di sfarzo, che portarono la Corte Estense ai massimi livelli europei.
In città convennero umanisti come Battista Guarini, artisti del rango di Leon Battista Alberti, Pisanello, Piero della Francesca, Rogier van der Weyden e Tiziano. La scuola locale, chiamata "Officina Ferrarese", annoverò i nomi di Cosmè Tura, Ercole de' Roberti e Francesco del Cossa. Tutti i massimi musicisti del tempo lavorarono per i duchi di Ferrara, per i quali furono anche scritti i versi immortali di Boiardo, Ariosto e Tasso.
Accanto ai nomi dei signori, come il diplomatico Niccolò III, l'intellettuale Leonello, il magnifico Borso, o ancora Ercole I, il promotore della grande Addizione, e Alfonso, il soldato, brillarono quelli delle principesse: l'infelice Parisina Malatesta, la saggia Eleonora d'Aragona, la bellissima e calunniata Lucrezia Borgia, oppure l'intellettuale Renata di Francia, seguace di Calvino.
L'inizio del declino di Ferrara si può datare al 1598, quando papa Clemente VIII riuscì a prendere possesso della città e la corte estense si trasferì a Modena. Per tre secoli Ferrara sarà retta da cardinali legati. Il governo dello Stato della Chiesa ebbe nella città e nella campagna circostante effetti negativi: le campagne si impoverirono per la mancanza di manutenzione delle acque (l'impaludamento era una delle minacce principali per la regione) mentre la vita cittadina stava vivendo un generale decadimento. Nonostante il giudizio negativo dell' amministrazione cardinalizia la città si arricchì culturalmente con la nascita delle Accademie e la presenza di artisti di qualità.
Gli anni che vanno dal 1796, data di arrivo dei francesi a Ferrara e inizio del dominio napoleonico, al 1859 , quando austriaci e papalini lasciano la città nelle mani del popolo insorto, sono vissuti in uno stato di continua tensione, con pochi interessi per i problemi urbani, fino a che nel 1860, Ferrara fu unita all'Italia.
Con l' unificazione la grandiosa opera di bonifica e poi l' introduzione della bieticoltura sconvolsero i vecchi rapporti di produzione nelle campagne e favorirono la penetrazione del capitalismo e la formazione di un vasto e misero bracciantato che, dopo la crisi degli anni '80, aderì alla propaganda socialista e diede vita a grandi scioperi e agitazioni.
Il periodo bellico della seconda guerra mondiale fu segnato dalle persecuzioni nazi-fasciste contro la comunità ebraica, e da duri bombardamenti che distrussero molti monumenti della città, tra cui anche le tre sinagoghe.
Nel secondo dopoguerra una rapida ripresa economica e demografica della città venne favorita dall' insediamento di industrie meccaniche e chimiche e dai nuovi allacciamenti stradali che sempre meglio hanno inserito l' economia di Ferrara nel circuito italiano e europeo. La tutela e la valorizzazione del centro storico diventano i principali obiettivi del governo municipale e fanno di Ferrara un polo di riferimento europeo della difesa dell' ambiente urbano e architettonico.

SITO DI PROVENIENZA http://travelitalia.com/it/guide/Ferrara/1809/

Il nostro Bellissimo territorio Ferrarese ed i suoi tesori
L'eredità misteriosa di Piumana


Preistoria ed età romana nel mirino degli archeologi
di Marco de' Francesco
PIUMANA (COPPARO) Un rustico romano e un sito dell'età del bronzo. E' quanto hanno portato alla luce gli archeologi, che sono intervenuti sugli scavi del metanodotto Edison all'altezza di Piumana (Copparo). Alla Sovraintendenza ancora non si sbilanciano: si attende la relazione degli esperti inviati in loco. Grande, invece, è la curiosità delle autorità locali, che, ai fini di una valorizzazione del territorio, attendono di capire cosa si celi sotto i loro piedi. E' nell'interesse di tutti gli attori divulgare le notizie sui reperimenti, perchè l'appartenenza ad un territorio non può prescindere dalla conoscenza della storia.

Da quelle parti i ritrovamenti romani, e i resti archeologici in genere, sembrano allineati sulle sponde dei fiumi del tempo, oggi scomparsi. Nell'antichità era il territorio a dettare legge e a stabilire, con precetti inesorabili, dove ci si potesse stanziare. Il tentativo, più volte fallito ed infine realizzato dalla seconda metà dell'Ottocento, di porre fine al dominio della natura, rappresenta di certo l'esito di una grande avventura. Ed è solo a seguito della grande bonificazione che il paesaggio ferrarese si è fatto simile a quello che oggi possiamo ammirare. Per secoli, si può parlare di egemonia delle acque.

La vita non doveva essere semplice per gli antichi abitanti della zona. Alla fine dell'età del bronzo, così come durante l'età etrusca, il Po seguiva altri corsi e il paesaggio era dominato da paludi, boschi e torbiere. Verso la fascia litoranea erano presenti estese lagune, e l'inesistenza di argini dovette condizionare non poco la vita dei popoli stanziati sul territorio. In età romana, il clima si fece più mite, l'agricoltura venne incentivata e aumentarono gli scambi commerciali. In quest'epoca il ramo principale del Po era il Po di Ferrara, che rappresentava la diretta continuazione del nuovo corso del fiume apertosi per Sermide, Ficarolo e Bondeno. E' probabile l'esistenza di un ramo confluente nel Po di Ferrara presso Cassana. Ma soprattutto esisteva un tracciato del fiume che comprendeva Copparo, Berra, Ariano e Mesola. A nord di Berra un ramo del Po passava per Ficarolo, Polesella, Crespino per poi perdersi nelle paludi a nord-est.


Benchè si tratti di località ancora poco conosciute dagli archeologi, le recenti scoperte non devono sorprendere. Infatti, già in epoca repubblicana il territorio cominciò ad essere valorizzato, soprattutto nelle sue risorse vallive, cioè con l'itticultura, i traffici commerciali e "industriali" lungo i vari rami dei fiumi e i canali, e con le regioni contigue. L'età romana era ancora funestata da esondazioni, che colpivano spesso il Ferrarese; ma gli insediamenti si fecero più stabili e si sviluppò una considerevole rete viaria. Dall'itinerario di Antonino e dalla tavola Peutingeriana (già, però, di età imperiale) emergono i principali assi che attraversavano il ferrarese: la vie emilia altinate (tra Bologna e Padova), popilia (tra Rimini ed Adria), la ab Hostilia per padum (tra il basso ferrarese e Ostiglia).

Nella prima metà dello scorso secolo Ercole Padovani compì alcuni scavi proprio nei pressi di Piumana; alcuni reperti furono poi donati al museo di Spina, dove sono ancora conservati. Si tratta di oggetti di uso comune, di età imperiale: piatti e anfore di terracotta, un cratere, dei manufatti in vetro e dei cucchiai di bronzo. Nulla di speciale, nulla che abbia un qualche valore artistico. Ma oggetti preziosi per altri versi, perchè aprono uno scorcio sul genere e sulla qualità della vita dei pionieri romani.

Gli agricoltori raccontano di fortuiti ritrovamenti, avvenuti in passato nel corso delle attività di campagna, e non denunciati un po' a causa dell'incapacità di riconoscere l'importanza storica dei reperti, e un po' per una scarsa conoscenza della legge italiana in materia, in realtà assai liberale. Si tratta, adesso, di procedere ad una valorizzazione complessiva del territorio. La base, non c'è dubbio, è conoscerlo. Poi la palla tornerà nelle mani delle autorità locali, che dovranno decidere cosa fare della ritrovata passione per le antichità.
(19 settembre 2007)

SITO DI PROVENIENZA http://lanuovaferrara.repubblica.it/det ... na/1373065

Il nome di "Ferrara
" appare per la prima volta in un diploma dell'anno 753 (o 754), concesso dal Re Longobardo Astolfo alla Badia di Nonantola. Nel 754, in altro documento, appare pure l'indicazione "Ducatus Ferrarie": segno che a quella data la formazione della città doveva rimontare ad epoca di non poco precedente. Però, avverte il Frizzi che "prima della" metà del sec. VIII non è stato possibile trovare nome di Ferrara " in monumenti sinceri e storie autorevoli ". La Storia certa comincia di qui: la storia, s'intende, del nucleo civico ferrarese, formato dalla gente nova, che si era ricreata con le rinfusioni nordiche, dopo la fine dell'impero Romano, lungo i sussulti seguiti alla sua caduta con le valanghe barbariche, e anche dietro la spinta di eventi e di sovvertimenti naturali: da ricordare fra gli altri quella specie di "secondo diluvio" che, con il Veneto, sconvolse varie regioni d'Italia nell'anno 589. Così Carducci:

" Salve Ferrara, col tuo fato in pugno
ultima nata, creatura nova
dell'Appenin, del Po, del faticoso
dolore umano "

Ma prima di questa nascita o rinascita con la gente nuova, quale era stata la gens antiqua che aveva abitato in questi luoghi?

Andando oltre il Frizzi, cominciamo da ... zero.

"C'ERA UNA VOLTA... "

Nel Museo di Spina al Palazzo di Ludovico il Moro lo sguardo del visitatore si affissa curioso su due lunghe e strette barche di antichissimo tipo, ricavate ciascuna da un unico tronco, che furono scoperte pochi anni or sono nel fondo della terra comacchiese: le così dette "cimbe", la cui età rimonta al II o III sec. della nostra Era, ma che riproducono il tipo delle vetustissime imbarcazioni delle più antiche genti: i Liguri.

Tornano ancora alla mente i versi di Carducci:

"......................... i Liguri selvaggi
spingean le cimbe
lungo ululando in negre vesti, o sopra
i calvi dossi a l'isole emergenti
in solchi per il desolato lago
sedean cantando lugubremente
dove Argenta siede
oggi..................................."

Nebulosa e squallida visione: vasta distesa di acque sulle quali nel " torvo aere greve " emergevano dossi, non calvi, come ha visto il Carducci, ma boscosi e sibilanti ai turbinosi venti, ove quei primi nomadi, dediti alla caccia e alla pesca, si raccoglievano in sparsi tuguri ed in abitati su palafitte.

Dopo i Liguri, i Veneti, e poi gli evolutissimi Etruschi: ma è solo con la venuta dei Celti, i Galli, dominanti, come noto, nell'Italia Settentrionale per circa 400 anni, e nelle nostre plaghe per circa 200 anni (dalla fine del sec. IV alla fine del sec. II a.C.), che l'orizzonte si rischiara un poco.

E' da credere che un centro Gallico esistesse nel punto chiave delle comunicazioni padane, cioè a Codrea, ove era la prima biforcazione del Po (non certo la "Massalia" di Polibio, così male avvisata dal Borgatti); ma è pur da pensare per riflessi vari che un altro abitato si formasse lungo la importante strada che da Codrea portava alle Regioni nord-ovest d'Italia: abitato, sorto alla sinistra del Po, nei luoghi ove è ora Ferrara, e probabilmente in quelle parti più alte e avvantaggiate, che, all'estremo est ed all'estremo ovest dell'odierna città, furono i caposaldi dei successivi insediamenti.

La sosta secolare dei Galli (e precisamente Galli Lingoni o Egoni, vecchia tribù dei Boi) dalle nostre parti indubbiamente fu di non trascurabile importanza, così da meritare un, più accentuato rilievo di quello che fin qui non si sia fatto; chè coi Galli si formò un primo "indigenato", con un linguaggio che, pur tuttora echeggia nella nostra parlata con taluni accenti dell'antico fondo celtico. Es. il suffisso: "Co", che oggi ancora ritroviamo mantenuto nei nominativi di varie località: Co-nsandolo. Co-digoro, Co-drea. Codrea (ricordiamolo) è il famoso "Trigaboli" di Polibio che, nella più semplice interpretazione, appare come la traduzione latina del preesistente nome indigeno: "tres gabuli" - tre forcelle - tre curve - tre capi - tri cò Co-drea, perché a Codrea (e non ancora a Ferrara), il Po, bipartendosi, creava tre curve.

Sulla detta sede gallica alla sinistra del Po si innnestarono i Romani quando varcarono il fiume, saldando e fondendo il nucleo gallico con quello che essi pure avevano già costituito alla destra del Po: così che alla sinistra, in proseguo di tempo, la "nova gens" Ferrarese venne a distendersi entro uno stampo già formato da una fusione Gallo-Romana.

"I ROMANI E IL FORUM ALIENI"

Per i più il Forum Alieni era il nucleo civico che i Romani avevano costituito alla così detta Punta di S. Giorgio, e cioè nello attuale Borgo di questo nome, il quale probabilmente si spingeva fino nei pressi di Aguscello. Il Forum Alieni, come ben noto, è ricordato da Tacito per certo scontro avvenuto nel 69 dell'Era volgare, tra le truppe dell'Imperatore Vitellio e quelle dell'antagonista Vespasiano (ad "Forum Alieni"): ed è ricordato ancora alla distanza di dodici secoli, nel sec. XIV, da Giovanni Boccaccio nel suo "De fluminibus et Silvis...", là ove accenna allo oppidum, posto alla sinistra del Po "quod olim Forum Alieni vocavere veteres, hodierni vero vocant Ferrariam".

Si è contestata da alcuni studiosi, e particolarmente dal Maffei, dall'Alessi e dal nostro Frizzi, l'ubicazione del Forum Alieni, non pur nei luoghi dell'odierna Ferrara, ma in tutta la provincia ferrarese, trasferendolo invece in quel di Padova (Frassaneo), o di Legnago. Ma l'opinione prevalente continua a segnare il Forum Alieni nell'attuale zona di Ferrara, Borgo S. Giorgio. Capoluogo della regione restava però sempre - almeno nei primi tempi - Voghenza, posta sul fiume Sandolo, che, come scriveva Pietro Niccolini, era prescelta dai Romani, come posizione strategica, come centro di colonizzazione agricola ed anche come mezzo di dominio delle vie fluviali.

La questione del Forum verte piuttosto sulla sua ubicazione rispetto al Po: se alla destra, ove poi "saldo crebbe S. Giorgio", oppure alla sinistra ove poi prese corpo la medioevale Ferrara.

Crediamo che esso, pur impostandosi col nucleo fondamentale da una parte del fiume, estendesse le sue propaggini anche dall'altra e che Tacito, collocando il combattimento delle coorti vitelliane ad forum Alieni, abbia inteso con quel ad indicare genericamente la località che prendeva nome dal Forum

L'esistenza di una "stazione" Romana alla sinistra, e cioè dalla parte nostra parrebbe confermata dai reperti degli scavi effettuati alla fine del sec. XVIII nel Borgo di Quacchio (est), e nel 1911 dalla parte opposta nella Via Garibaldi e nei tratti adiacenti (tra Via della Sacca e Via Gusmaria): un abitato poggiante ad est ed a ovest su due nuclei omogenei, (facilmente rilevabili nelle piante della città, e particolarmente nella pianta Borgatti al 1597), collegati dalla strada - limite detta poi Via Sablonorum: la " Via dei Sabbioni " corrispondente all'attuale percorso Via Saraceno - Mazzini - Via Garibaldi, di cui diremo più avanti. Chi mai degli odierni frettolosi viandanti penserebbe di muovere il passo in una strada di età così veneranda, sulle antiche orme dei Gallo-Romani? Troppo lungo forse il discorso rispetto al tema, ma ho creduto di farlo, perché esso tende a stabilire che la Ferrara del primo medioevo alla sinistra del gran fiume venne a formarsi, per sommi capi su una impostazione già, tracciata dai predecessori Galli-Romani: linea parallela al Po: due opposti caposaldi agli estremi di levante e di ponente: strada di congiunzione fra i medesimi.

DAL "FORUM ALIENI " A FERRARIOLA -
DA FERRARIOLA A FERRARA.

A questo punto, silentium: una soluzione di continuità: un distacco. Come dal "Forum Alieni" si è passati a "Ferrariola": dalla "gens antiqua" alla "gens nova"? Secondo il Borgatti, il Forum Alieni esisteva già nel 222 a. C., all'epoca della famosa vittoria riportata dal Console Marco Claudio Marcello contro i Galli Insubri a Clastidio. Nell'anno 69 della nostra Era Tacito, come vedemmo, ci da conferma della sua esistenza. Ma ad un certo momento di questo Forum non si sa più nulla. Travolto forse nelle contese degli uomini o per sovvertimenti della natura? Oppure assorbito, per naturale trapasso, nella sede della "gens nova" col nome di Ferrarola o Ferrariola? Certo si è che verso il IV sec. in luogo del Forum Alieni appare questa "Ferrariola", centro di una certa zona già pur nomata "Massa Babilonica": una delle dodici masse dell'antico jus della Chiesa ferrarese. Ferrariola, si intende, non ancora Ferrara, perché, contrariamente all'opinione corrente, è Ferrara che deriva da Ferrariola, non Ferrariola da Ferrara. "Ferrariola" stava, dunque, verso la "Punta di S. Giorgio", e qui sotto la giurisdizione del Vescovado di Voghenza, che con la serie di 15 Vescovi durò fino all'anno 657. Da quest'anno, assurta a sede Vescovile, accresciuta in forza ed in dignità, nella aureola di S. Giorgio, il nuovo Santo Patrono, essa si presenta costituita in un ragguardevole nucleo cittadino, vera e propria "Civitas". Il titolo vescovile si tramandava però come ricorda il Manini, fino al sec. X: "Martino... Episcopus Vicoventie Ecclesiae, Seu Ferrariensis (an. 966)".

Interessante un rilievo: "Ferrariola" od il nucleo civico ad essa preesistente doveva accentrarsi non propriamente alla punta di S. Giorgio, ove tuttora esiste la storica Chiesa: bensì in località più distanziata in direzione Sud-Est, ove è ora il paese di Aguscello, con la sua Chiesa di S. Michele Arcangelo: perché antichi documenti del 961 e del 1010, citati dal Frizzi (v. Memorie per la Storia di Ferrara - Ed. 1848, vol.II, pag. 70 e pag. 84), accennano già in quei lontani tempi ad una antica "civitas" nella zona della Chiesa di S. Michele Arcangelo di Aguscello, ultra ripam padi (probabilmente, un canale di Po, poi scomparso). Il documento del 1010 ricorda più precisamente un Monastero dedicato a S. Michele Arcangelo "quod est costructum ultra ripam padi unde fuit antiqua civitas in villa quae "vocatur de Pado".

Donde il nome di "Ferrariola", da cui "Ferrara" ? Luigi Ughi nella sua dotta dissertazione sul " Foro d'Alieno " (1806), ricorda, sul la traccia del Giraldi, un Canale Ferrariola o Forariolo che lambiva il Forum Alieni. Notava l'assonanza del termine Forariolo col nome Foralieno, per cui sarebbe anche da pensare che "Forariolo" derivasse dalla contrazione di "Foralienolus". Foralienolus: Forariolus: Ferrariola: Ferrara: il sigillo di Roma nel nome di Ferrara! L'ipotesi è allettante: ma naturalmente da accogliersi con prudentissima riserva.

Il trapasso dalla riva destra alla sinistra del Po, cioè da Ferrariola alla nostra Ferrara, non avvenne certo ex abrupto per decreto di Principe, quale ad es. il diploma dell'anno 433, attribuito all'Imperatore Teodosio II ed ormai accantonato nella leggenda: ma dovette svolgersi gradualmente, per forza di cose, come è di logica e come anche mandano varie voci sparse.

Si è già detto che il nome di "Ferrara" e del "Ducato di Ferrara" suona per la prima volta alla metà del sec. VIII. Ma prima? Come si stava sull'altra sponda, cioè sulla riva sinistra del Po? Ed ecco che si fa avanti l'eruditissimo Mons. Antenore Scalabrini con una sua prima documentazione: una tabella lignea scoperta nel 1737 nella sua Chiesa di S. Maria di Bocche (Chiesa già distrutta, situata al termine dell'odierna Via Giuoco del Pallone verso Ripagrande), la quale in una corrosa iscrizione diceva questo: che per impedire il propagarsi della peste inguinaria, il Vescovo di Voghenza, Vittore, nel 587 (dicesi 587), edificò per voto la detta Chiesa di S. Maria delle Bocche, così poi chiamata perché ivi una fossa sgorgava in Po per varie "bocche".

Ed ancora un altro precedente: le famose mura dell'esarca Smaragdo (o Giovanni Platin, che fosse). Dalle vecchie storie, infatti, è ricordato (che nel 694 l'esarca di Ravenna, per impedire che dal nord-ovest le genti nemiche dirigessero le loro offese verso Ravenna, impostò una prima difesa a Ferrara, fortificandola a mezzogiorno, con una linea di mura lungo il Po. Non dovevano essere propriamente mura stese per tutta la lunghezza della successiva Ferrara rivierasca, ma corrispondenti forse al nucleo civico che fu poi il "Castrum Ferrariae".

Sarà, infine, da ricordare il memorabile evento dell'anno 709: e cioè che, mentre il Po fino allora scorreva fin sotto Ferrara in un unico ramo, in detto anno 709 assunse la nuova formazione bipartita, in quanto il noto Felice, Arcivescovo di Ravenna, proprio all'altezza della città, effettuò un "taglio" del fiume, per cui il Po irrompendo nella preesistente fossa "Gabbiana", o Canal Forariolo, verso Marrara, creava il nuovo ramo del Po di Primaro da Ferrara a Consandolo, ove poi il Primaro proseguiva il suo corso fino al mare. Così che da allora la prima biforcazione del Po (precedente cioè quella di Codrea), ebbe a presentarsi a Ferrara, in cui il fiume si delineò diviso in due parti: il Po di Volano e il Po di Primaro. La divisione è tuttora segnata - sia pure in misure ridotte - alla Punta di S. Giorgio, nel canale che separa Borgo S. Giorgio da Borgo S. Luca.

La chiesa di S. Maria di Bocche (587), le così dette mura dell'esarca Smaragdo (694), la rottura del Po di Ferrara col nuovo ramo del Po di Primaro (709), mostrerebbe l'aggregato civico, o città che già fosse, stabilito sulla riva sinistra del fiume. Se non proprio voci piene, sussurri dell'antica storia di Ferrara a cui il Frizzi, come già accennammo, concede invece credito solo a partire dal sec. VIII.

Ma nel sec. X la città definisce più precisamente il suo corpus imperniandosi su due caposaldi: il Castrum Ferrariae o "Castello di Ferrara" all'estremo limite di levante, e il "Castel Tedaldo" al limite di Ponente.

Il Castel Tedaldo, demolito al principio del sec. XVII con l'avvento del Governo Pontificio, era stato eretto da Tedaldo nonno della Contessa Matilde, quando nel 984 ottenne dal Papa l'investitura del dominio di Ferrara "Arcem super Padum edificavit". Era situato sul Po, all'estremo Sud-Ovest dell'attuale Rione Giardino, nei pressi del monumento dell'acquedotto. Nella già menzionata carta del 1260 -1290 esso è configurato entro un breve circuito protettivo, in sede isolata, fuori della cinta cittadina (fig. 1).

Il "Castrum Ferrariae", indicato anche come "Castrum Curtensium" o "Castello dei Cortesi" (da non confondere il tutto con la parte, cioè la zona del Castrum, con la rocca o Castellotto in essa compreso e sede del governo civico), sorgeva forse su più antica orma al termine dell'attuale Via Saraceno tra Fondo Banchetto, Ripagrande e Via Belfiore, cogli appoggi laterali dell'ora Via Ghisiglieri a levante, e della attuale Via Cammello (già S. Gregorio), a ponente. E donde quel nome dei Curtensi che, fra l'altro, affiora ufficialmente in un proclama del 1053 emanato dall'Imperatore Enrico III a Pontelagoscuro (ad pontem)? I courtenses erano i vassalli e i valvassori della "Corte", cioè di quell'aggregato chiuso, dominato dal Castello del Signore, in cui, fra l'altro, il rapporto economico si svolgeva, come noto, nella forma diretta dello scambio in natura: la così detta "Economia Curtense". 1 Curtenses ferraresi, raccolti nel Castrum Ferrariae, erano, insomma i signori feudali orientati verso l'Imperatore che, fra l'altro, lasciava loro più largo margine di autonomie.

Mancava ancora alla città il centro religioso, il Vescovado, che qui ebbe a trasferirsi nel 1135, quando cominciò a sorgere sulle fondamenta la nuova Chiesa Cattedrale: il Duomo di Ferrara.

LINK DI PROVENIENZA origini di Ferrara da Ferrara Terra e Acqua www.ferraraterraeacqua.it/Siti/P ... rigini.htm



l'antica cattedrale


Si tratta del tempio di origini più antiche di tutta la città. Già nel VII sec. d.C. svolgeva la funzione di cattedrale, che le sarebbe stata tolta solo nel XII sec. Il marchese Nicolò III d'Este la affidò ai monaci Olivetani, presenti ancora oggi, e nel XV sec. l'intero complesso fu rimaneggiato per adattarlo alle esigenze conventuali. Principale artefice dei lavori fu Biagio Rossetti al quale si deve la torre campanaria, costituita da quattro parallelepipedi in laterizio, rafforzati agli angoli da paraste e divisi da fasce decorative in cotto.
A sinistra della chiesa, si trova l'entrata al chiostro abbellito al centro da un grande pozzo in marmo con stemma olivetano.


A sud della città più antica scorreva il Po fino a quando, nel XII secolo, una impressionante serie di alluvioni ne spostò l'alveo principale più a nord. Sulle terre che il fiume lasciò progressivamente libere, interrandosi, si cominciò a costruire ed infine il duca Borso ordinò di inglobare la zona dentro le mura, creando un nuovo quartiere. Al centro di questa zona, l'antico monastero di Sant'Antonio conserva, a distanza di secoli, quella tranquillità e quel senso di isolamento che gli era proprio al momento in cui la Beata Beatrice d'Este lo fondò su di un'isola al centro del fiume.

LA PRIMA FERRARA COLLOCAZIONE E CITAZIONE DI UN OPPIDUM

Storia Ferrara nasce alla biforcazione dei rami del Po denominati Volano e Primaro. Il nome è romano e deriva da Forum Alieni (circa 220 a.C.), come documentato dal Boccaccio nel suo "De Fluminus et Silvis" in cui cita un oppedium posto alla sinistra del Po "quod olim Forum Alieni vocavere veteres, hodierni vero vocant Ferrariam".
La città, data la posizione geografica importante per lo sbocco sull'Adriatico, ha subito le varie dominazioni che si sono susseguite nei secoli successivi sul territorio della penisola: barbari, imperatori e Papato.
Nel Medioevo, dopo essere stata contesa tra le potenti famiglie degli Adelardi e dei Salinguerra, sul finire del XII sec. cade sotto il dominio degli Estensi, celebre famiglia longobarda, che già possedeva Este, Montagnana, Rovigo e Badia Polesine.
Dopo un periodo di instabilità, nel 1287 Obizzo II viene nominato signore e governatore della città ed inizia lo sviluppo di Ferrara che sarà per secoli legato alle sorti della famiglia Estense.
Lo spostamento del corso del fiume Po a Nord di Ferrara (1152) e le fortezze costruite dagli Estensi come la Rocca Possente (Stellata) e Ficarolo nella zona della deviazione, assicurano alla città il dominio dei commerci e quindi una grande prosperità.
Agli albori del Seicento, con il passaggio alla Santa Sede (convenzione faentina del 12 Gennaio 1598) Ferrara conosce periodi di grave decadenza. Oltre quarantamila ettari di terreno già bonificato diventano di nuovo palude dove regna la malaria. Nel periodo napoleonico (1807) inizia un faticoso cammino di rinascita che si conclude con il plebiscito dell'11 marzo 1860 che sancisce l'adesione al Regno d'Italia.
Nel Novecento la città assume un ruolo importante nella lotta antifascista, come testimoniano numerose testate di giornali ferraresi: "Lo Svegliarino" monarchico e anticlericale; "Il Povero" della sinistra repubblicana; "Il Petrolio" gazzetta del proletariato; "La Domenica dell'Operaio" cattolico; "La Scintilla" socialista.
Durante l'ultima guerra Ferrara ha subito ben 37 bombardamenti ma è riuscita a compiere una grande opera di risanamento tanto da meritarsi l'appellativo, secondo lo storico J. Burckhardt, di "prima città moderna d'Europa" in quanto è stata la prima a darsi un piano regolatore. Infatti, già nel 1500 l'architetto Biagio Rossetti introdusse il principio delle "addizioni" che consisteva nell'aggiungere nuovi quartieri a quelli già esistenti senza stravolgere i precedenti e congiungendo la città nuova con quella antica. Le più importanti addizioni che hanno dato alla città l'assetto attuale sono quelle di Borso I d'Este nella prima metà del XV secolo e di Ercole I d'Este alla fine del XV secolo.



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IL GRANDE BODINCUS

Il Fiume Po era conosciuto nell'antichità con il nome di padus, bodincus o Eridano. In epoca romana il corso superiore del Padus non era molto diverso da quello attuale: a Bondeno si incrociava con lo Scultenna (odierno Panaro), avanzando infine fino all'altezza di Ferraria. Qui cominciava il delta vero e proprio.

Il greco Polibio descrive il delta del Po formato da tre rami, che si separano in una localita' detta "Trigaboli"(l'attuale codrea) il primo detto "Olana" (Po di Volano),ed il secondo a Sud, chiamato "Padoa" (Po antico).

Il terzo ramo, di cui Polibio non cita il nome e'probabilmente quello passante per Copparo.

In posizione arretrata rispetto a Trigaboli vi era un quarto ramo, che assumera' importanza solo a partire dall'ottavo secolo, col nome di Primarius (l'attuale Po di Primaro).


IL PADUS E LE SUE LEGGENDE

LA COSTELLAZIONE DI ERIDANO

Eridano e' una costellazione visibile in inverno, dalla forma molto sretta e
allungata, che si estende da Orione fino al Tucano.
Per la sua lunghezza, questa costellazione e' sempre stata il simbolo di un
fiume, dapprima identificato con l'Eufrate e il Nilo. Erodoto lo indica
invece come "un fiume che sfocia nel mare settentrionale donde veniva
l'ambra gialla". Questo face si' che venisse identificato con il fiume Padus
(il nostro Po) o con il Rodano, fiumi utilizzati per il commercio
dell'ambra.

Secondo la mitologia, nelle acque del fiume Eridano precipito' Fetonte, il
figlio del Sole, che aveva chiesto al padre il permesso di condurre il suo
carro infuocato. I cavalli, accortisi della sua inesperienza, si lanciarono
in una folle corsa attraverso il cielo e Fetonte, preso dal panico, si
diresse verso la Terra, incendiandola. Zeus lo colpi' con un fulmine,
facendolo precipitare nel fiume Eridano.

IL MITO DELL ERIDANIA IPERBOREA

Il figlio del Sole riposa nelle acque del sacro Po,
il grande fiume-padre del mitico popolo adoratore di Apollo.

Sin dallantichità il fiume Po è associato a miti e saghe del mondo classico come ad esempio gli Argonauti, condotti da Gisaone, che passano attraverso innumerevoli popolazioni di Celti e Liguri (Apollonio Rodio) per poter così sfociare nel Mediterraneo.
L' antico nome -di epoca romana- di questo fiume era Padus: Plinio, primo storico a descriverne il corso nel II secolo a.C., ci riferisce l'opinione per cui il nome del fiume Padus sarebbe derivato dalla presenza presso la sua sorgente di una foresta di abeti, chiamati padi in lingua gallica; sempre Plinio ci riferisce dei suoi due rami principali alla foce dell Adriatico, chiamati Padóa e lana. Padus, attraverso le parlate Lombardo-Venete, si è poi trasformato nell odierno Po. Ma i Greci lo chiamavano in altro modo: Eridano, ricollegandolo alla leggenda del figlio del Sole, Fetonte ed al mondo degli Iperborei, mitici adoratori di Apollo e dell astro solare.

La favola narra di Fetonte che, tormentato dal dubbio insinuatogli da Epafo di non essere figlio del Sole, volle affrontare il presunto genitore per conoscere la verità sulle sue origini. Il Sole, avvolto in una veste purpurea, sedeva sopra un tronco sfavillante di smeraldi: a destra e a sinistra erano i giorni, i mesi, gli anni, i secoli, le ore separate da eguali intervalli; e la Primavera adorna di corone di fiori, estate con ghirlande di spighe, l'Autunno carico di uva pigiata e il gelido Inverno con la sua chioma irsuta e candida. Avvedutosi del giovane figlio, il Sole lo invita spiegare le ragioni della sua inconsueta presenza e Fetonte rispose. Deposti i raggi che splendevano intorno al suo capo, il padre sollecita allora Fetonte ad avvicinarsi, lo abbracci e lo libera dall affanno sui suoi natali. Poi lo esortò a chiedergli qualunque dono e gli promise solennemente che laverebbe avuto. Il figlio non ebbe esitazioni: guidare per un giorno il cocchio paterno.
Il Sole al primo istante trasalì e, pentito della promessa fatta, cerca di dissuadere il figlio dal guidare il cocchio per gli spazi siderali, ma invano. Alla fine, dopo avere a lungo indugiato, condusse il giovane verso il carro che Vulcano aveva costruito con loro e le gemme incastonate nel giogo. Aurora dal limpido oriente aprì gli atrii ornati di rose: le stelle fuggirono, la Terra rosseggi e la falce della Luna svanì. Allora Titano ordinò alle Ore di aggiogare i cavalli fiammeggianti e sazi di ambrosia.
Il Sole unse di sacri unguenti il volto del figlio perché potesse sopportare le fiamme, gli corona la chioma di raggi e implorò di non salire troppo in alto nel cielo, di non scendere troppo in basso verso la terra. Il giovane, spiccato un balzo sul carro, impugnò le briglie e guizzo nel cielo. I cavalli, sentendo il carico più leggero del consueto, corsero all impazzata: Fetonte abbandonò li freni e non seppe carreggiar il cammino: il cocchio sarroventò, arsero foreste e montagne e fu così che la gente etiope assunse il colore nero della pelle, la Libia divenne arida, il fiume Nilo fuggì atterrito all estremità del globo e nascose il capo, da allora invisibile ai mortali. Infine Zeus, per salvare l'universo dalla rovina e punire l,incauto cocchiere, vibrò un fulmine sul carro e Fetonte in fiamme sinabissò nell Eridano. Straziato dal dolore, il padre nascose il volto offuscato e un giorno intero trascorse senza sole. Le Eliadi, sorelle dell infelice giovane, piansero sconsolate in riva al fiume e, quando cercarono di avvicinarsi fra loro quasi per farsi coraggio e innalzare una comune preghiera, sentirono nel loro corpo consumarsi un prodigio: i piedi si irrigidivano, radici e tronchi di pioppo le avvincevano alla terra, i capelli si convertivano in fronde e le braccia in rami, una corteccia cingeva i fianchi, il ventre, il seno, le spalle e le mani. Le loro lacrime distillate dai rami recenti, si tramutavano al sole in ambra che l'Eridano raccoglieva e trascinava nella sua corsa verso il mare. All orribile scena assistette anche Cigno, re dei popoli liguri e signore di grandi città, legato a Fetonte da vincoli di sangue e di amicizia. I suoi lamenti riempirono le rive dell Eridano e la selva dei pioppi in cui le Eliadi si erano trasformate, finchè la voce si affievolì, candide piume gli coprirono la chioma e i fianchi, il collo si allungò, una membrana gli congiunse le dita divenute rubizze e la bocca si mutò in un rostro arrotondato.
Da quel giorno Cigno, temendo il fuoco e preferendo le acque che possono spegnere le fiamme, vive sugli stagni e sui laghi.



Dalla tarda Età del bronzo (XI sec. a.C.) alla Storia Antica.
Il Delta del Po fu terra di un'antichissima frequentazione umana legata a movimenti di genti pregreche, presumibilmente tardo-micenee, provenienti dalle isole dell'Egeo, dall'Illiria e dall'Asia Minore, e a traffici di merci preziose, quale l'ambra del Baltico e l'avorio del Mediterraneo Orientale, movimenti e traffici che nelle foci e nel corso del Po dovettero trovare l'approdo e la via di penetrazione più diretta dal mare alla Pianura Padana, sino ai valichi alpini e agli Appennini. La posizione particolarmente strategica di questa labile regione che consentiva facili approdi, rifugi irraggiungibili, porti sicuri, lagune non facilmente espugnabili, fece in modo che la vita di queste acque e queste terre si è tessuta delle vicende, di volta in volta, dei celti, dei Bizantini, dei Longobardi, degli Estensi, dei Veneziani, dello Stato Pontificio. La storia del fiume Po si perde nella leggenda: dalla favola del mostro Egide, che Minerva avrebbe ucciso sul fiume, a quella di Fetonte, figlio del sole (Elio), che, incapace di controllare la corsa dei cavalli infuocati, precipita sulle acque dell'Eridano, il Po, pianto con lacrime di ambra dalle sorelle Eliadi tramutate in pioppi. Numerosi cenni storici ci giungono dall'antichità e dall'Alto Medioevo, a testimonianza di una terra conosciutissima: Ovidio, Marziale, Polibio, Strabone, Tito, Plinio e poi Vitruvio, Sidonio Apollinare, Venanzio Fortunato, Paolo Diacono.

IL GRANDE BODINCUS DAL PLIOCENE AD OGGI
Il Delta del Po

Evoluzione Geologica
Dal Pliocene, 5-2 milioni di anni fa, quando il mare lambiva i rilievi alpini ed appenninici, al Wurm, 75.000 - 10.000 anni fa, ultimo periodo glaciale, si venne formando la pianura Padana.
La linea di costa sull'Adriatico si stabilizzò solo 5-6000 anni fa ed è da quel periodo che possiamo seguire con buona approssimazione il processo evolutivo della foce del Po.

Età del Bronzo (5000 anni fa)
Il Po si biforcava nei pressi di Guastalla, nella bassa pianura reggiana, dando vita a due rami: il Po di Adria a nord e il Po di Spina a sud.

VIII sec. a.C.
Una grande alluvione all'altezza di Sermide causò la decadenza del Po di Adria: il nuovo corso passava per Calto e Stellata e si ricongiungeva al Po di Spina.

Epoca etrusca (VI-V sec. a.C.)
La grande attività del Po di Spina portò alla creazione, oltre Ferrara, di due rami: l'Olana (poi Volano) e il Padoa (da cui deriva il nome Po), noto nell'antichità anche come Eridano.
L'Olana, che possedeva una diramazione detta "Gaurus" (da cui deriva il nome Goro), sfociava nei pressi di Mesola.

Età Romana
L'apparato deltizio si sviluppava a sud di Comacchio mentre Adria si trovava in un golfo.

VI-VII secolo d. C.
Estinzione del Po di Spina. Si ampliarono le paludi intorno a Comacchio e si rafforzarono il Po di Volano a nord ed il Po di Primaro a sud. Sul punto in cui si biforcavano sorse la città di Ferrara.

Anno Mille
Attorno al Po di Volano le bonifiche realizzate dai Benedettini di Pomposa e l'abbassamento dei suoli causato dalla subsidenza, cui seguì una copiosa penetrazione di acque salmastre nelle paludi padane, mutarono ancora l'aspetto del territorio. Nell'Alto Medioevo il Po passava a Sud di Ferrara e Mesola era un'isola sul mare.








1152
Una piena storica causò la rotta di Ficarolo.
Il corso del fiume si raddrizzò dirigendosi più a nord.
Nei secoli successivi il Delta andò via via estendendosi in quella direzione.
I rami verso Nord-Est si ingrossarono riducendo l'afflusso delle acque verso il Po di Primaro e di Volano.
Nonostante l'intervento degli Estensi che deviarono il Reno nel letto del vecchio Po, fu inevitabile il progressivo interramento del Po di Ferrara.

1598
Muore Alfonso II, ultimo duca degli Estensi e i territori del Ducato di Ferrara passano allo Stato Pontificio. Nel frattempo il Delta avanzava verso nord con rami di Tramontana, di Levante e di Scirocco.
Il Po di Tramontana, in particolare, cominciò con i suoi sedimenti ad alzare i fondali della laguna verso Chioggia.


Estensione del Delta verso nord


1600-1604
Per timore che l'espansione a Nord-Est del Delta andasse ad interrare la laguna di Venezia, agli inizi del 1600 il Po fu deviato a sud verso la Sacca di Goro con un canale artificiale che è il suo letto attuale. Questo intervento detto "Taglio di Porto Viro", determinò l'inizio della formazione del Delta moderno.
Il vecchio letto divenne un canale navigabile, il Canal Bianco-Po di Levante. Se prima del 1600 il Delta si espandeva di circa 53 ettari l'anno, dal 1604 al 1840 si passò a 135 ettari l'anno.

Gli anni dopo il Taglio di Porto Viro
Dopo il Taglio di Porto Viro nel 1604, nell'arco di pochi decenni, emersero sempre nuove terre. Ciò portò i nobili veneziani ad una corsa affannosa al loro acquisto.
Nei documenti queste terre venivano denominate "le Marine", a testimonianza dello stretto legame con l'acqua, e i contratti d'acquisto erano definiti "vendite di onde in mare".
I terreni, coltivati a risaia, erano però in condizioni precarie, in quanto circondati da argini molto bassi che stagionalmente venivano scavalcati dalle acque, permettendo una lenta bonifica per colmata dei terreni, ma che spesso causava anche la distruzione dei raccolti.
Tale situazione non permise di certo la costruzione di ville fastose, tipiche dell'entroterra veneziano, bensì di palazzi abitati da fattori locali, ai quali i padroni affidavano la gestione delle tenute.
Già nelle mappe della metà del 1700, troviamo i palazzi dei Tiepolo, Farsetti, Dolfin situati nelle località tutt'oggi omonime.

XIX secolo
L'espansione verso est del Po e delle sue diramazioni causò il riempimento della Sacca di Goro dando origine al Comune di Porto Tolle, allungando l'isola di Ariano e formando la Sacca di Scardovari.
Nella metà del 1800 molte proprietà latifondistiche del Veneto furono interessate da un fenomeno di investimento di notevoli capitati, grazie all'intraprendenza dei proprietari, all'utilizzo del vapore come forza motrice applicato alle ruote a schiaffo ed alle prime macchine agricole. L'intraprendenza e l'innovazione però non riuscirono ad evitare alluvioni del mare e inalveamenti del fiume. Era infatti necessaria una sistemazione completa dei territori, non solamente frammentata per proprietà.


Taglio di Porto Viro
Il Delta si espandeva 135 ettari l'anno


L'Unità d'Italia
Con la legge Baccarini del 1882, la prima che concesse finanziamenti statali ai Consorzi di bonifica, fu permesso il prosciugamento di alcuni comprensori, tra i quali quello dell'Isola di Ariano con la costruzione dell'Idrovora di Ca' Vendramin. Cominciarono le grandi opere di bonifica.

Anni '40
La scoperta di riserve di metano (acque metanifere) e le successive estrazioni, comportarono un abbassamento del suolo fino ad oltre 3,5 metri sotto il livello del mare. L'acqua, che veniva estratta dai primi 250/300 m di sedimenti non consolidati, raggiungendo la superficie, liberava Gas Metano a bassa pressione.
L'estrazione di quest'acqua, insieme all'estrazione di acqua dolce per usi domestici ed industriali negli anni della ricostruzione contribuì ad amplificare la subsidenza del Delta e molti terreni già bonificati tornarono ad allagarsi.

1951
Il Po a valle di Ferrara, imbrigliato negli anni in arginature sempre più alte, aveva accelerato il suo corso rendendo le piene sempre più intense.
Il massimo storico venne toccato il 14 novembre 1951: gli argini cedettero ad Occhiobello, allagando tutto il Polesine.

2000
Attualmente il Delta del Po è completamente al di sotto del livello del mare, fatta eccezione per argini, scanni e dune fossili.
La gestione delle acque è sotto il controllo del Consorzio di Bonifica Delta Po-Adige che gestisce un importante sistema idraulico di drenaggio con idrovore di 6000-7000 kw di potenza in grado di sollevare un miliardo di metri cubi d'acqua l'anno immettendola nei canali di scolo.


www.parcodeltapo.org/ildelta/geologia/index.html

Il Delta del Po


In direzione del mare, la pianura si spalanca in tutta la sua vastità arrivando nell'area del Parco regionale del Delta del Po dove la natura incontaminata ha il suo regno incontrastato, fra specchi vallivi dalla luce continuamente cangiante alle mutevolezze del sole e immense pinete che bordano larghe spiagge di sabbia fine.

Capolavoro dell'arte romanica e bizantina l'Abbazia di Pomposa si annuncia in lontananza con il suo svettante campanile e il viaggiatore, oggi come allora, si stupisce dei magnifici colori che contiene, quasi avesse scoperto un giardino fiorito nascosto sotto i mattoni secolari.

Più a nord l'orgoglioso Castello Estense di Mesola segna il confine settentrionale del territorio e ancora sembra risuonare dei versi di Torquato Tasso, che tanto lo amava.

Numerose imbarcazioni partono dai porti di Goro e Gorino e conducono alla scoperta dell'ambiente naturale deltizio scendendo lungo il fiume fino al punto suggestivo in cui le sue acque si fondono a quelle del mare, regno incontrastato dei cormorani mai sazi di pesce e d'infinito.


Parco Regionale del Delta del Po
Il Parco Regionale del Delta del Po è stato istituito nel 1988 ed è il più esteso tra i parchi e le riserve dell'Emilia Romagna, con una superficie di oltre 54.000 ettari, di cui 35.000 circa di preparco e 1.100 di aree urbane.

Dal 1996 è gestito dal Consorzio del Parco Regionale del Delta del Po. Gli Enti consorziati sono le Province di Ferrara e Ravenna e i Comuni di Alfonsine, Argenta, Cervia, Codigoro, Comacchio, Goro, Mesola, Ostellato e Ravenna.


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Per informazioni dettagliate sul Parco consultare il sito ufficiale www.parcodeltapo.it

Per informazioni turistiche su Ferrara e provincia consultare il sito www.ferraraterraeacqua.it

Un fiume di ricordi, il ter fraresi ates al po



Per documentarsi su certi argomenti bisogna andare per archivi, sfogliare antichi incartamenti, leggere fino a cavarsi gli occhi.
Per il Po, l'archivio più fornito è l'osteria, lì ci sono personaggi da sfogliare e basta stare con l'orecchio e l'obiettivo aperto; di materiale ne viene fuori finché se ne vuole. L'osteria di Guido al Sord, per esempio, un buco come si deve, dove la plastica e la cocacola fanno fatica ad entrare. Il pavimento di pietra rossa, i tavoloni massicci di faggio diventato col tempo nero come il mogano, le scodelle bianche perché qui non si beve nei bicchieri, a conferma di un'antica tradizione; da queste parti il vino non è un vizio ma un alimento liquido, un energetico quotidiano per sopportare le fatiche, qualche volta per sopportare la vita. Su uno dei tavoli un'ammaccatura che è un cimelio storico, lo fece un fascista col bastone "prima di sbatterci fuori a calci in culo" ricordano i più vecchi senza rancore, tanto alla fine, hanno avuto ragione loro e magari i calci li hanno restituiti con gli interessi. Dopo un po' di diffidenze saltano fuori la chitarra, il mandolino e i personaggi che poi sono persone che imitano un personaggio un po' per distinguersi un po' a
beneficio degli amici. Come il Fiorini Pierluigi ("pittore autodidatta" risulta dal biglietto di visita che ci allunga):
"Non rilascio mai interviste, ma potrei fare un'eccezione per voi".
Cantano, perché è quasi un obbligo saper cantare. Affrontano serenamente romanze che farebbero tremare Pavarotti, ma con tanta buona volontà e tanta potenza che si potrebbe credere facciano variazioni alla musica originale. Del resto il critico Bruno Barilli disse che in tutti i brani verdiani si sentiva nei cantanti l'alito vinoso. Alla fine il canto diventa una sfida a chi tiene l'acuto più a lungo, a chi si accascia per ultimo, sfinito, a lubrificarsi l'ugola con una scodella di quello rosso. "Ho speso mezzo milione per sentire questa roba - dice Guido il Sordo mostrando l'apparecchio auricolare -. Ogni tanto mi viene nostalgia e stacco il contatto. Tanto ormai i suoi clienti li conosce a memoria e per servirli gli basta un gesto. Forse l'unica cosa che non
conosce sono i nomi. Quelli veri, perché, qui, chi non si è guadagnato un soprannome è nessuno. C'è "Ossbuss" (ossobuco) "Trombèta" (chiaccherone), "Calesnà" (caligine) "Rosita" (?)e
ci sono quelli che al soprannome ne hanno diritto grazie alla somiglianza:
"Breznev", "Pacciardi" e "Frankestein".



In osterie come questa, vengono fuori le storie di Po. E sembrano "storie" nel significato di queste parti, cioè favole finché non le ritrovi in un libro o non ti capita di viverle in prima persona.
C'è il fatto del Cristo che non voleva bagnarsi. Era un crocefisso dipinto sul muro esterno di una casa. Durante la piena, il Po raggiunse Gesù che ritrasse le ginocchia e in quella posizione è
rimasto ancora oggi. Oppure la storia dei cercatori d'oro che c'erano davvero, e forse ci sono ancora, e che alla febbre dell'oro univano un fiuto speciale per le zone giuste e nei loro crivelli trovavano ogni giorno anche 10-15 grammi di pagliuzze e di pepite.
Qui si sentono storie di ogni tipo: da quelle tramandate da secoli alle più moderne. L'ultima è quella dell'Ufo. Il fatto forse l'avete letto tutti sui giornali del 10/1/1980. Si tratta di un disco volante che ha inseguito un reattore dell'aviazione militare italiana da Macerata fino alle foci del PO e poi è sparito. Ma qui all'osteria la storia si arricchisce di particolari e di sviluppi infiniti. E se avete voglia di offrire qualche bottiglia, trovate di certo qualcuno disposto a farvi vedere dov'è la base dell'UFO e magari anche a presentarvi tutti i marziani che volete.
La casa del Mago Chiozzini
È a Ferrara, in Via Ripagrande, al numero 29. Nel secolo XVI, chi navigava il Po verso Ferrara vedeva sulla Ripagrande il palazzo dei nobili Palmiroli, un edificio ricco e importante, così alto che sembrava perdersi tra le nuvole e invece sprofondava nella nebbia. Di questo palazzo si parlava, ma sottovoce, per certe dicerie di magia che lo circondavano e che poi diventarono sempre più
frequenti quando passò ad Antonio Chiozzini cultore di scienze occulte e stregone i cui poteri furono moltiplicati quando, scavando in cantina, "trovò una cassetta con dentro il libro degli incanti e la formula per chiamare il diavolo". E lo chiamò un 19 novembre; evocando un demonio di nome Magrino che entrò al suo servizio assieme a un gatto bigio, un affezionato scarafaggio e un orso molto servizievole. La fama del Chiozzini varcò le frontiere, fu chiamato a Vienna a riparare una rotta del Danubio: Chiozzini, Magrino e i loro animali si misero in viaggio su uno sgangherato calesse tirato da due ronzini, uno bianco e uno nero, accompagnati dalle risate dei ferraresi che rimasero di sasso quando, appena iniziata la strada per Pontelagoscuro, calesse pariglia e viaggiatori si staccarono da terra e spiccarono il volo verso il confine.
Comunque il mago, col passare degli anni, si stancò delle sue infernali compagnie e con uno stratagemma decise di liberarsi di Magrino.
Pregatolo di tornare in casa a prendergli una tabacchiera che aveva dimenticata, Chiozzini sfruttò quell'attimo di libertà per balzare nella chiesa di San Domenico dove il diavolo non poté raggiungerlo. Fu esorcizzato dai domenicani. Ma la maledizione del Maligno rimase nella casa; era fatica trovarle dei compratori e nel 1910 fu adibita a pubblico stallatico.
Ma anche così le cose non andavano poi tanto bene, perché i cavalli si sentivano colpiti da fruste invisibili, scalciavano e imbizzarrivano cosicché poco alla volta si perdettero tutti i clienti.
Cure sicure
Di fianco alla scienza medica, c'è sempre una medicina popolare, a volte basata sul buonsenso e l'esperienza a volte confinante con la stregoneria; sarebbe difficile dire se nella storia ha fatto più guai l'ignoranza della povera gente o la prosopopea di certi luminari.
Comunque, in un'epoca come la nostra dove sembra tornar di moda il "curatevi da voi", "seguite le ricette degli avi, ecco un piccolo campionano di rimedi tramandati nelle terre padane.
Far scappare i vermi
I bambini, specie quelli di campagna, vanno soggetti spesso ai vermi di origine intestinale. Per cura profilattica è d'uso ancora oggi appendere al collo del bambino un sacchetto contenente spicchi d'aglio. Allorché sia già stata contratta la malattia, la comare viene chiamata per la fattura. Devono essere fatti, di seguito senza mai staccare il pollice dal corpo del paziente, tanti segni di croce, con il polpastrello, partendo dalla bocca giù, giù, fino all'ombelico.
Per far passare il mal di denti
Raccogliere un nido di rondine, immergerlo nell'aceto e farne degli impiastri sulla parte dolorante.
Per guarire da un orzaiolo
Bisogna guardare per tre mattine consecutive, alla tenue luce dell'aurora, dentro il collo della bottiglia sul cui fondo è stato versato un velo di olio, ma d'oliva.
Per guarire da un erpes labiale
Raccogliere sull'indice della mano destra alcune gocce dell'urina che si espelle al mattino e bagnarsi l'erpes. L'operazione va ripetuta fino alla completa guarigione per evitare ricadute.
Per guarire l'incontinenza d'orina
Si presume che, chi ne è affetto, guarisca se gli si fa mangiare un topo di campagna arrosto. In alternativa c'è la credenza che la guarigione avvenga anche facendo passare il malato, a natiche nude, sopra la fiamma di un cero pasquale acceso.



Storioni e altre storie
Lo storione, il pesce d'alta classe (con le cui uova si fa il caviale), nel Po c'è. Arriva dal mare e risale il fiume nuotando e saltando contro corrente fino ad arrivare dalle parti di Torino. Lo si pesca con un'apposita rete, una specie di tramaglio ma dicono che dalle parti di Pavia un pescatore li pescava con l'amo e con un'esca segreta e che una volta riuscì a catturare addirittura un esemplare di 200 chili.
Sulle dimensioni degli storioni di Po se ne sentono di tutti i colori e di tutte le misure perché i pescatori di Po non sono diversi dai pescatori del resto del mondo. C'è anche chi racconta di storioni di sette metri che saltavano sopra i ponti.
Oggi con le acque del fiume meno limpide di quelle di una volta è comunque ancora possibile prenderne di quelli sui 4 chili che sono squisiti soprattutto se preparati secondo le ricette che gli osti del posto non vi riveleranno mai.

Ci sono tanti modi di pescare, i più divertenti sembrano essere quelli proibiti. C'è anche chi va con le bombe ma evidentemente non si tratta di uno sportivo. Un sistema ancora in voga è quello della prosciuga, consistente nell'isolare un punto pescoso con due arginelle, spalare via l'acqua e cogliere i pesci con le mani. Ma il pezzo forte del vero pescatore di frodo è il colpo di fiocina. Nel comacchiese a un certo momento c'erano 400 guardie che davano la caccia a 500 fiocinini. Una vera e propria guerra cui i pescatori partecipavano non solo per il piacere di provare la loro abilità ma anche per il gusto di ingannare radio e radar.




Il fiume visto dal fiume
Per chi è indeciso tra il percorrere la riva sinistra o quella destra (è un dubbio che prende tutti, coscienti che qualunque sia la scelta si rischia di saltare qualche posto che una visita la meriterebbe) c'è un modo migliore di tagliare la testa al toro ed è quella di navigare il fiume.
Una volta era un'impresa avventurosa, fatta da compagnie di esperti vogatori, o una peripezia lunghissima per chi saliva a bordo di quelle chiatte o bettoline che trasportano prodotti alimentari, materiale edilizio o concimi dal delta fino al piacentino o al mantovano.
Oggi ci sono comodi battelli come l'Amico del Po, l'Eridano e lo Stradivari creati appositamente per confortevoli gite che permettono di vedere sfilare le due sponde in un continuo mutare di panorami, comodamente seduti sorseggiando una bibita e magari ripassando su un libro la storia di queste terre e di queste acque i per scoprire, ad esempio, che dal Po sono partite alcune crociate dirette in Terrasanta o che, in senso inverso i mercanti etruschi portavano stoffe e legnami ai longobardi.
Oppure che fu a Brescello che papa Leone I fermò gli Unni di Attila, ma siccome il fatto successe circa 1500 anni or sono, il paese è passato alla storia 'moderna' più che altro per essere la patria di Peppone e Don Camillo.

Le teste di legno
Il teatro popolare e le maschere sono sempre stati espressioni di satira verso il potere, di sfogo, un modo, come si afferma da queste parti, "di dire la verità scherzando". Questa è una frase attribuita appunto a Fagiolino, un burattino, e i burattini, si sà, sono una somma tra teatro e maschere. Sul Po i burattini sono di casa. Non per nulla il nome che i francesi gli danno, "guignol", deriva dal paese di Chignolo Po da cui partirono burattinai che portarono i personaggi nostrani al successo di Parigi. Sul Po sono nate famiglie, anzi dinastie, famose di burattinai come i Campogalliani e i Ferrari e maschere notissime come Sandrone e Bargnocla. Le rappresentazioni erano basate su storie semplici perché tutti le capissero, dove la fame da tragedia diventava farsa, la prepotenza dei potenti veniva sconfitta dall'unica arma che ai poveri fosse data: l'astuzia.



Le sagre religiose e fiere erano l'occasione per le feste e allo spettacolo dei burattini si univano suonatori di fisarmonica, cantastorie, giocolieri magari con la scimmia o con l'orso. Più tardi si sono aggiunte, come attrazioni modernissime, il gelataio e il fotografo.
E in più c'erano gli zingari. Guardati con sospetto, gli zingari comunque non venivano mai cacciati dalla gente anche perché si temeva potessero vendicarsi gettando il malocchio. Non si sapeva di dove venissero, una leggenda sosteneva che erano costretti a girare il mondo per una maledizione divina in quanto non avevano voluto ospitare sotto le loro tende la Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto. In fondo - specie nel Delta - c'era una certa analogia tra questi nomadi senza una casa fissa, costretti ad arrangiarsi giorno per giorno e gli abitanti di queste sponde che spesso dovevano abbandonare al fiume le loro capanne e che, quanto ad arrangiarsi, non arrivavano certo secondi a nessuno. Forse però c'era una certa invidia per la libertà degli zingari che, come dicevano i vecchi, "vanno a letto la sera che non han debiti con nessuno e si alzano il mattino che hanno crediti con tutti".
La morte
Accanto a quelle religiose, c'erano tante altre usanze che riguardavano la morte.
Innanzi tutto quando un defunto usciva di casa (e doveva uscire con la testa e non con i piedi sennò se ne tirava dietro un altro) bisognava tener la porta aperta perché anche la Morte se ne andasse, in caso contrario ci sarebbero presto stati altri lutti. Nelle bare dei bambini venivano messe alcune monete di rame perché il fanciullo in Paradiso potesse giocare con Gesù Bambino. Alle croci che precedevano i funerali venivano appese matasse di lino che poi il parroco faceva filare e tessere per trarne tovaglie da altare.
Nel giorno dei morti (il due novembre) la gente si alzava presto, faceva la minestra di ceci o di fagioli e la lasciava nella pentola scoperchiata andandosene a messa in modo che i defunti potessero tornare a gustarsi tranquillamente queste prelibatezze.
Insomma si concepiva la morte come qualcosa di non molto distante dalla vita, incerti se nell'andare all'aldilà ci fosse molto da perdere o qualcosa da guadagnare.
Una volta da queste parti si moriva giovani; alle malattie comuni si aggiungevano quelle speciali, tipo la malaria e la miseria. Si moriva anche per il diritto di vivere; nelle lotte sociali, i lavoratori avevano spesso come controparte i fucili dei soldati (come nella foto dal film "Novecento" di Bertolucci).
"Padrone sono stanco / di sentirmi comandare, / se vuol bello il podere / vada lei a lavorare. / Le piace la vita comoda / al mare ai monti a divertir, / io sempre per campagna / caldo e freddo a soffrir". / "Contadino, si capisce / che tu non hai studiato, / a fare il padrone / tu non hai provato. / Se sapessi i sacrifici / i grandi guai, le privazioni, / quando arrivano le tratte, / e le cambiali di
milion".
(Poesia del cantastorie. Piazza Marino).


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